Il buio delle prime ore del mattino a Palermo ha il colore grigio del tufo e il silenzio pesante di Palazzo d’Orleans, quando la giustizia bussa alla porta. Per uno degli uomini più potenti, onnipresenti e trasversali della burocrazia e della politica siciliana degli ultimi vent’anni: Gaetano Armao. La cui firma è passata dagli equilibri […]
Un prestigiatore alla Regione: Schifani come Silvan fa sparire il doppio ruolo di Armao
Il buio delle prime ore del mattino a Palermo ha il colore grigio del tufo e il silenzio pesante di Palazzo d’Orleans, quando la giustizia bussa alla porta. Per uno degli uomini più potenti, onnipresenti e trasversali della burocrazia e della politica siciliana degli ultimi vent’anni: Gaetano Armao. La cui firma è passata dagli equilibri economici alle autorizzazioni ambientali strategiche con la Commissione Tecnica Specialistica. Tracciando alcuni investimenti sull’Isola. Poi l’onda d’urto dell’inchiesta della procura di Palermo per corruzione, proprio sul garante tecnico delle valutazioni ambientali e l’altissimo consulente giuridico del Presidente della Regione. Lo stesso che oggi dimentica nomine, ruoli e uffici, prendendo le distanze con un trucco di illusionismo.
Il gioco delle tre carte a Palazzo d’Orléans
L’occasione ha fatto sì che la magia trovasse un nuovo palco: la presidenza della Regione Siciliana. In scena il governatore Renato Schifani, commentando il caso che investe Armao. Con lo sguardo severo di chi finge di non conoscere l’ubicazione delle stanze accanto al proprio ufficio, dichiara: «Mi rifaccio alle parole del procuratore capo Maurizio de Lucia, secondo cui vale la presunzione di non colpevolezza. Ci saranno delle indagini, ma nulla hanno a che fare con l’attività del governo regionale». E ci voleva la navigata perizia di un prestigiatore che ha navigato la Seconda e Terza Repubblica per pronunciare una simile, incantevole – in senso letterale, nelle intenzioni – frase. Peccato che il protagonista dell’inchiesta sia la stessa persona che, fino alla sera prima, ricopriva il ruolo di consigliere giuridico di fiducia dello stesso Governatore Schifani.
Il paravento tra presidente e consulente
Sostenere che le indagini su Armao non abbiano «nulla a che fare» con l’attività di Palazzo d’Orléans significa esigere dai cittadini un atto di fede superiore a quello dei pellegrini di Lourdes. Gaetano Armao non era certo di passaggio per un caffè alla buvette. Oltre alla lunga militanza come assessore – prima di Raffaele Lombardo e poi di Nello Musumeci, di cui è stato anche vicepresidente -, Armao è stato nominato da Schifani per curare dossier strategici. Compresi i rapporti istituzionali e l’assistenza tecnica all’azione di governo. Ruolo a cui si fa specifico riferimento nell’inchiesta, oltre a quello di presidente della Cts. E, d’altronde, lo stesso Armao ha presentato adesso le dimissioni dall’incarico di consigliere del presidente «per tutelare le istituzioni». Intanto scomparse, pare.
La teoria del «A mia insaputa» in salsa siciliana
La tesi difensiva di Schifani si regge, dunque, sull’ennesima riedizione della dottrina dell’amministratore a sua insaputa: il governo regionale governa, le commissioni tecniche autorizzano, i consulenti consigliano. Ma, se la Procura ipotizza che dietro quelle autorizzazioni vi fossero presunti mercanteggiamenti o utilità indebite, allora la catena istituzionale si spezza come per incanto. In un’attività amministrativa regionale che diventa un’entità astratta: fatta da firme, valutazioni e consulenza di persone che la Regione dimentica di avere scelto. Scindendo la persona dalle sue funzioni e il palazzo da chi lo ha abitato da protagonista. E rendendo il garantismo giudiziario solo una caricatura dell’irresponsabilità politica.