La famiglia Tranquillo, i Malavoglia del Viale La casa del gelsomino e della palma

Quando la famiglia Tranquillo abitava nel seminterrato di un vecchio palazzo in una traversa del viale Mario Rapisardi le strade di quella zona non erano ancora asfaltate e, attorno a quattro case sparute, c’era solo sciàra. Sciàra che non finiva. Sciàra interrotta solo da quel grosso rettangolo marrone di segatura da falegname che i ragazzini del quartiere avevano sistemato, «salìato», per farne un campetto da calcio.

Il signor Tranquillo lo conoscevano tutti, con quel suo occhio sbilenco e gli occhiali sempre sul naso. Era «u scapparu». Faceva il calzolaio. E tutte le mattine, a guardare tra le travi di legno che facevano da cancello d’ingresso tra i mattoni del cortile, si poteva vederlo seduto sulla sua sedia di legno, con la pietra focaia sulle gambe, a fare la punta nuova al suo trincetto. O a battere sul cuoio delle suole delle scarpe, curvo su se stesso per vederci meglio. Era anziano e lavorava tutto il giorno. La signora Tranquillo pure. Era bassa e grassoccia, ordinava e puliva e cucinava. E poi usciva di casa, andava in giardino e curava le piante. La palma e il gelsomino soprattutto. Nelle calde sere d’estate, quelli che abitavano nella zona s’incontravano tutti sotto quegli alberelli che sono ancora lì, e mangiavano fette di melone, e si raccontavano le storie. Come la storia di quella volta che G. e G., a otto anni o giù di lì, s’erano messi in testa che si dovevano lavare le mani nel boccione dell’acqua che i muratori – che stavano costruendo un palazzo lì a fianco – usavano per impastare il cemento. G. e G. – «dannifichi e cunnuteddi» – erano ancora troppo bassi per riuscire ad arrivare all’acqua senza arrampicarsi. Si erano issati su quel boccione, poi s’erano sporti troppo e c’erano caduti dentro. Fortuna che c’era il signor Tranquillo, là fuori a sistemare i suoi attrezzi di lavoro, che li ha sentiti gridare. Così s’è alzato, col suo occhio sbilenco e gli occhiali sul naso, e per un braccio ha tirato fuori G., il figlio del Colonnello. L’altro G. l’ha lasciato dentro: «Tu spurugghiatilla sulu». «Tu sbrigatela da solo».

Il Colonnello lo chiamavano tutti Colonnello perché era un uomo rettissimo. Faceva la guardia carceraria, veniva da Palermo, «ed era uno per le cose giuste». Oggi G., suo figlio, lavora in Marina, a Roma. L’altro G., invece, vive ancora dove stava all’epoca, dove è nato e cresciuto, dove ha rischiato di annegare in un boccione dell’acqua dei muratori.

La famiglia Tranquillo era una famiglia modesta. Erano i Malavoglia del Viale. Avevano un figlio emigrato in America che, ogni tanto, mandava dei dollari via posta. E un’altra figlia, brutta, grassa, e buona. Non avevano niente, stavano in affitto e in zona tutti volevano loro bene. Anche per via di quei pranzi di san Giuseppe che adesso non li fa più nessuno, ma all’epoca erano belli.

La signora Tranquillo cominciava a sbucciare le fave la mattina presto. E sbucciava, sbucciava, sbucciava. Quando aveva finito, prendeva gli spaghetti e li spezzava. A quel punto accendeva i fornelli e apriva le porte di casa. In tutta la zona si sentiva il profumo di quel macco di fave di san Giuseppe. Ne preparava tantissimo. E faceva le crispelle di riso col miele, anche. Come il pranzo era pronto, a mezzogiorno, usciva e andava a richiamare i bambini del quartiere. Li invitava tutti, uno dopo l’altro, perché a san Giuseppe quello che c’è in tavola bisogna condividerlo. I signori Tranquillo per tutto il giorno si ritrovavano la stanzetta in cui stavano «china china di carusiddi», «piena piena di ragazzini». Prima si diceva una preghiera, e poi si mangiava.

Nei giorni normali, in casa Tranquillo le signore della zona andavano a dire il rosario. Oppure s’affacciavano, da una finestra all’altra, e cicalavano nei pomeriggi assolati, sgranando piselli. Con un occhio sempre alla sciàra, dove i bambini giocavano e si sbucciavano le ginocchia sulla pietra lavica e le sterpaglie. Era la fine degli anni Sessanta. Qualche anno dopo, il proprietario di casa dei signori Tranquillo decise che lui, da quel posto, ci doveva guadagnare più soldi. L’affitto di quel calzolaio non gli bastava più. La famiglia Tranquillo se ne andò da un giorno all’altro. Rimasero a vegliare un seminterrato vuoto solo la palma e il gelsomino. Che oggi rinfrescano un giardino senza nessuno che ci mangia il melone dentro. Dopo i Tranquillo, quel piccolo appartamento è rimasto sempre senza abitanti. Ma al Viale c’è ancora chi li rimpiange, loro. E i padri di famiglia, che all’epoca erano bimbetti col pallone sempre in mano, ricordano i pranzi di san Giuseppe. «E il macco di fave che come lo faceva la signora Tranquillo non l’ha fatto più nessuno mai».

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[Foto di Michela Simoncini. La storia, invece, è di papà, che è rimasto bagnato come un pulcino nel boccione dell’acqua, mentre il signor Tranquillo con l’occhio sbilenco e gli occhiali sempre sul naso salvava il suo amico G., figlio del Colonnello]


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Abitavano in viale Mario Rapisardi e negli anni 60 erano come la povera famiglia del romanzo di Verga. «Il signor Tranquillo lo conoscevano tutti, con quel suo occhio sbilenco e gli occhiali sempre sul naso. Era u scapparu. Faceva il calzolaio». Una casa semplice che però, per il pranzo di San Giuseppe, a base di macco di fave, era aperta al quartiere. Ora, a vegliare quel seminterrato, rimangono una palma e un gelsomino, ma i ragazzi di allora, oggi padri di famiglia, conservano ancora il ricordo. Riprendiamo il post dal blog Luoghi comuni, storie di città fatte a pezzi de La Capa

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