Nero Antigone

Si apre con un urlo l’Antigone di Irene Papas. Perché un modo ci vuole per spezzare il silenzio, lo pretende il teatro, che deve iniziare a dire, a pronunciareŠ Tanto vale che sia un urlo, visto che di tragedia si tratta e tutti lo sanno che sarà triste la fine di Antigone. E questa signora del dramma antico alla sua veneranda età dovrà misurarsi con una che certo non ha niente da invidiarle: la rossa Medea, che l’anno scorso, grazie a Peter Stein, ha potuto ricompiere l’atroce delitto in grande stile. Il confronto è inevitabile, pur tenendo conto che le due sono figlie di padri diversi. Così, per non lasciare delusi, la Papas punta sulle emozioni, sulla molla del pathos. Per non sbagliare, non si sbilancia troppo e per evitare sbadigli si aiuta con un testo reso agile e sfrangiato di qualche “tempo morto”.

E se proprio si vuole scovarli si troveranno dei particolari accurati: il gesto di Creonte di stringersi la mano destra, come gli dolesse, quando il proprio potere sembra vacillare all’insinuarsi del dubbio, o l’ultima apparizione di Antigone, quando, prima di essere portata alla tomba della non vita e della non morte, si cambia d’abito, ne indossa uno bianco come lo sfondo della scena e così inizia a sparire, ad essere emarginata, diversa. Perché, se si esclude questo tocco di bianco, è il nero a vestire Antigone dalla prima scena, e come lei anche gli altri: da Creonte a Ismene, da Tiresia al Coro. Vestono di nero, colore della Morte che è presenza fisica in questo dramma sofocleo, sin dall’inizio, con quel corpo da onorare, disfacimento da occultare in nome della Pietà.

Ma il nero è anche altro: colore- non colore che ha in sé tutte le tinte senza dispiegarle, come un ventaglio chiuso. Adatto dunque a vestire il dramma greco, teatro che ha in sé l’umanità e i suoi colori, le epoche e le divise, gli schieramenti e le bandiere, come declinazione possibile di scontri sempre uguali. Nero come potenzialità, possibilità per l’opera di assumere le tinte del nostro presente. Come potrebbe avvenire già dal primo stasimo, in un viaggio che ripercorre il dominio dell’uomo sulla terra, la forza della civiltà, la potenza della ragione che spinge l’uomo in cima a vette altissime che si sporgono su abissi inesplorati e procurano vertigini e fanno tremare le ginocchia:

“[Š]E apprese la parola e l’aereo pensiero e impulsi civili e come fuggire i dardi degli aperti geli e delle piogge. D’ogni risorsa armato, né inerme mai verso il futuro si avvia: solo dall’Ade scampo non troverà; ma rimedi ha escogitato a morbi immedicabili.[Š]”

Ma sarà riuscito il nero dell’Antigone di Irene Papas a rendere evidente l’attualità di queste parole? Questo nero sarà stato profondità o banalità? Potenza illimitata o annullamento di ogni colore in un calderone di idee indistinguibili e spente? Questo nero ha tradito, svelando la carenza di una scelta bizzarra, di quel salto agile d’artista, dell’intuizione geniale di una prospettiva rinnovata che dal fondo di tragedie antiche faccia emergere, prepotenti, dubbi nuovi.

Serena Ciranna

fino al 25 giugno 2005 al Teatro greco di Siracusa

ANTIGONE DI SOFOCLE

traduzione di Maria Grazia Ciani
regia e ideazione scenografica di Irene Papas

Collaboratore artistico: Fulvio Ardone, costumi: Sofia Cocosalaki, musiche originali: Vangelis, regista collaboratore: Paolo Emilio Landi, movimenti di scena: Aurelio Gatti, direzione musicale: Stefano Marcucci, progetto audio: Hubert Westkemper, disegno luci: Bruno Ciulli.

PERSONAGGI E INTERPRETI: Galatea Ranzi (Antigone), Micol Pambieri (Ismene) , Alessandro Haber (Creonte), Maurizio Donadoni (Guardia), Roberto Salemi (Emone), Maurizio Donadoni (Tiresia), Davide Guidi (ccompagnatore di Tiresia), Francesco Biscione (messaggero), Debora Lentini (Euridice), corifei: Francesco Biscione, Andrea Cavatorta, Paolo Cosenza, Giancarlo Ratti.

Fondazione Inda


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