Brindisi, stabili le vittime dell’attentato Al presidio di Catania contestato Stancanelli

«Condizioni stazionarie e parametri vitali buoni». L’ospedale Perrino di Brindisi alle 8 di questa mattina ha diffuso un bollettino medico sulle condizioni delle ragazze rimaste coinvolte nell’esplosione – programmata tramite un timer – di tre bombole a gas davanti all’ingresso della loro scuola, l’istituto tecnico Francesca Morvillo Falcone della città pugliese, intitolato alla moglie del giudice palermitano, morta con lui nella strage di Capaci, il 23 maggio 1992. Due di loro sono ricoverate al centro ustioni, e altre due – quelle che stanno meglio – nel reparto di chirurgia plastica. Manca Veronica Capodieci, la sedicenne più grave tra tutte, trasferita ieri pomeriggio al centro di chirurgia toracica dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce, ancora in bilico tra la vita e la morte. E manca anche Melissa Bassi, ma questo era noto da ieri, sedici anni pure lei, morta poco dopo il suo arrivo al pronto soccorso, alcuni minuti dopo la deflagrazione.

Il bilancio dell’attentato di Brindisi è quello di una strage, per la quale la procura ha aperto un fascicolo d’indagine. Ma il colpevole è ancora ignoto: perde vigore la prospettiva dell’attentato mafioso e ne acquisisce, invece, la pista del gesto di un folle. Secondo Brindisi report – quotidiano online che, per via dell’eccesso di visite sul sito, è stato costretto a rimandare gli utenti alla propria pagina Facebook – stanotte sono stati interrogati in questura due sospettati, le cui abitazioni sono state perquisite. Uno dei due sarebbe «un ex militare di professione, con conoscenze di elettronica e parenti proprietari di una rivendita di bombole a gas propano liquido per uso domestico». Ma nessuno è stato ancora arrestato. Anche se Marco Dinapoli, procuratore della Repubblica a Brindisi, annuncia: «Abbiamo delle buone immagini, che possiamo ricollegare quasi certamente all’attentato».

Ad aspettare una risposta sulla matrice dell’episodio, tutt’Italia. La pista mafiosa, la più accreditata ieri, ha spinto i cittadini di Catania a scendere in strada, a incontrarsi in via Etnea, davanti alla prefettura, per un presidio. Ma le polemiche non sono mancate, soprattutto all’arrivo del sindaco Raffaele Stancanelli. Dopo il minuto di silenzio dedicato alle ragazzine di Mesagne – è il paese a dieci chilometri da Brindisi da cui vengono le vittime – il primo cittadino prende la parola. La folla – circa duecento persone – lo contesta: «Fuori la mafia dallo Stato», urla qualcuno. «Dimissioni», gridano. E qualcun altro intona Bella ciao. «Credevo di poter parlare come cittadino e a nome dei catanesi», afferma Stancanelli, ma le contestazioni continuano. «Abbiamo scelto di contestarlo perché abbiamo memoria – spiegano dal circolo catanese di Rifondazione comunista – Memoria della strategia di tensione e delle stragi fasciste, memoria di connivenze mafiose del suo partito, quello di Berlusconi e Dell’Utri, memoria di come i poteri forti continuino a dominare il nostro territorio». Dello stesso tenore le spiegazioni date online dal Centro popolare Experia, per cui quello di Stancanelli e di Puccio La Rosa, consigliere comunale di Futuro e libertà, anche lui presente, era un «tentativo di speculare anche sulla morte di una ragazzina». Per gli ex occupanti del cpo – sgomberato il 30 ottobre 2009 – «l’attentato di Brindisi ha riproposto in maniera pressante il problema dei rapporti tra Stato e criminalità organizzata nel nostro Paese». Rapporto che in città si conosce, perché è «fatto di collusione, complicità, copertura istituzionale e politica». «Stancanelli e La Rosa – concludono – sono gli ultimi rappresentanti di quella complicità che sta mettendo in ginocchio Catania».

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«Anche a me sta sulle palle (Stancanelli, ndr), ma questo è fascismo – afferma un ragazzo, che va via sdegnato – In democrazia tutti hanno il diritto di parlare». E molti hanno dichiarato che se avessero visto bandiere politiche al presidio sarebbero andati via: «L’antimafia non ha colore o partiti», scrive Gabriele Ener sulla bacheca dell’evento Facebook da cui è partito il passaparola. «Se vedo una bandiera politica mollo il sit-in», gli fa eco Alessio Caponetto. E qualcuno polemizza anche sulla partecipazione (circa duecento persone): «Il risultato ottenuto era il massimo che si poteva sperare a Catania?», si chiede Paola Platania. Ma nessuno le risponde.


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