la POP ART

È il 1955 quando Robert Rauschenberg realizza ed espone il suo “Bed” a New York.Ciò che il quadro mostra non è altro che un letto disfatto e vissuto, realizzato con macchie di colore e sbavature volte al raggiungimento di un realismo “inutilmente” efficace.Ecco, quel ’55 potrebbe essere considerato, non con troppa fantasia, la primissima tappa del fenomeno artistico della POP ART. Fenomeno che trova i natali esclusivamente negli Stati Uniti e che Giulio Carlo Argan, nel suo testo di Arte Moderna, pone dopo il sottotitolo: La crisi dell’arte come “scienza europea”.

Perché POP ART? Ed in quale società nasce questa tendenza artistica?Sempre Argan Sottolinea come la denominazione Pop Art voglia esprimere non la creatività del popolo bensì la non creatività della massa.
Si, la massa, motore centrale e protagonista asssoluta a partire dal dopoguerra nel suo rapporto con la comunicazione, con la psicologia e con la pubblicità.
E così l’oggetto artistico perde il suo antico prestigio per essere rimpiazzato dai tormentoni mediatici e di cultura popolare e lo storico gap tra ARTE e POPOLO s’assottiglia di netto.

La scelta di Jasper Johns cadde, ad esempio, sulla bandiera americana considerata l’emblema del modello d’oggetto entrato con forza nella mentalità della gente. La sua opera s’intitola “Tre Bandiere” e data 1958.

 

Oppure le “Five Coke Bottles” (1962) di Andy Warhol o il One Dollar Bill (1962) sempre del carismatico artista newyorkese, ad incarnare il “trionfo della merce” trasformata in idolo.
Quindi, quella in cui s’infiltra la POP ART, è una società che ha trovato uno sviluppo tecnologico sorprendente e prorompente, che mette in pratica il concetto di consumo e di consumismo e che “compra” e “conosce” grazie alla pubblicità, perché viene prima la pubblicità e poi l’oggetto.

Informazione e comunicazione sono il sistema nervoso della società moderna (Argan).

Molti degli artisti sopraccitati nascono difatti come designer o fotografi o professionisti di comunicazione di massa. E le loro tecniche andarono man mano abbandonando la tradizionale pittura ad olio per utilizzare inchiostri industriali, fotografici e tipografici. Stampe seriali e riproduzioni in blocchi standard.

L’obiettivo era quello di penetrare nell’immaginario comune della gente, divenire punti fermi e riconoscibili da tutti. O probabilmente non era proprio l’obiettivo dell’artista ma sicuramente la conseguenza immediata delle loro opere di così grande impatto iconografico. Quelli Pop non sono lavori che si fanno studiare od analizzare intellettualmente, ma che stampano nella memoria emotiva ed inconscia della gente dei modelli e dei segmenti di riconoscimento.

Come Roy Lichtenstein che riprende i cartoons ed i fumetti, oggetti popolarissimi e di culto tra la popolazione, e ne propone l’ingrandimento, l’esaltazione (come una lente d’ingrandimento) dei tratti, dei contorni neri e dei colori pastello delle strisce. Perché un fumetto è come una pubblicità: non provoca nel pubblico una reazione d’approfondimento ma d’intrattenimento. Nessuno li guarda a fondo ma tutti li vedono, nessuno li analizza ma tutti li conoscono.

O come le icone che chiunque riesce a riconoscere ma di cui molti non sanno nulla.
In questo senso il principale autore fu Warhol che singolarmente o in ripetizione, ha proposto il volto di Marylin Monroe, Mao, Elvis, Liz Taylor, Lenin, John Wayne, Marlon Brando o ancora, la copia dell’Ultima Cena, della Venere del Botticelli, spesso con cromature probabilmente più consone per uno spot della Pepsi. Viola, verde, azzurro e arancione, rosa, rosso sono i colori provocatoriamente utilizzati. Ma anche Rauschenberg con le sue Gioconde o con Kennedy.

Dopo la Pop Art si registrò l’ennesimo “ritorno all’ordine” ma questa e tutta un’altra storia..


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