Almaviva, la rabbia dei lavoratori trasferiti a Rende «Si fanno scudo di noi per fronteggiare costi crisi»

«Proprio non riusciamo a comprendere la scelta di trasferirci in blocco. Come si può solo pensare che un lavoratore part-time possa traslocare in meno di un mese da Palermo a Rende? È un’azione ricattatoria, e pensiamo sia stata fatta per motivi diversi da quanto afferma l’azienda. Per anni hanno goduto di agevolazioni, ma ora che si trovano in difficoltà stanno scaricando i costi della crisi su di noi. In pratica l’azienda si sta facendo scudo dei lavoratori per ottenere vantaggi dallo Stato: è inaccettabile, se deve avanzare delle rivendicazioni lo faccia, ma non ci usi come scudo». C’è incredulità mista a rabbia nelle parole di Fabrizio D’Ancora, una dei 154 operatori palermitani della commessa Enel ad aver ricevuto nei giorni scorsi, il 26 settembre, una lettera da Almaviva Contact nella quale, senza alcun preavviso, lo si informava del trasferimento nella nuova sede di Rende, in provincia di Cosenza (Calabria). Un cambiamento non da poco per chi ormai da anni vive a Palermo e qui si è costruito una vita. Come Fabrizio, 43 anni, sposato e con due bambini, dal 2005 assunto in azienda e che ora si trova di fronte a un bivio: rifarsi una vita in una città nuova, con tutte le incognite e i costi che ne derivano, oppure rinunciare con il pericolo di perdere il lavoro?

Un dilemma che accomuna i 398 dipendenti impiegati nella commessa Enel, in scadenza a dicembre, che l’azienda, in maniera inaspettata, ha deciso di spostare – in tre fasi distinte, tra ottobre e dicembre – dopo l’ultimo tavolo di confronto al Mise, a Roma. «È stata una violenza psicologica usata sui lavoratori – prosegue Fabrizio – ho visto colleghi e colleghe nel terrore più totale. Non c’è rispetto per la vita delle persone, una cosa fuori da ogni logica. Ciò che ci sembra incomprensibile è che a Rende saremo impiegati per le commessa Alitalia e Telecom nonostante a maggio, l’azienda abbia firmato un accordo al Mise impegnandosi, qualora ci fosse stato un aumento di traffico, a trasferire l’esubero di telefonate sulle commesse gemelle dei siti a rischio (Palermo, Napoli e Roma). Eppure non solo questo non si è verificato, ma ora ci stanno mandando via. Forse il loro vero obiettivo è di licenziarci e ottenere qualcosa dai tavoli di concertazione con il Governo, ma in questo modo gettano i lavoratori in una situazione di destabilizzazione». Sullo sfondo, nel frattempo, rimane ancora tutto da definire il processo di ristrutturazione annunciato dall’azienda nei mesi scorsi con il licenziamento di quasi tremila lavoratori – poi scongiurato dall’accordo del 31 maggio – e nuovamente riproposto la settimana scorsa, alla luce delle perdite registrate nell’ultimo periodo. «Ci stanno chiedendo qualcosa di improponibile – ribadisce – che colpisce famiglie con figli piccoli, una provocazione sulla pelle lavoratori. E forse non è un caso se i siti interessati dalla ristrutturazione aziendale siano proprio quelli con i lavoratori più anziani, che godono dei salari più alti e quindi costano di più».

Fabrizio riporta anche il malumore che serpeggia tra colleghi e lascia intendere che probabilmente in molti si opporranno al trasferimento. «Negli anni i lavoratori hanno partecipato alle perdite di quest’azienda: abbiamo rinunciato alla maggiorazione dello straordinario, con i contratti di solidarietà abbiamo perso salario e nel corso degli anni non ci sono stati adeguamenti dei livelli di servizio. L’azienda deve assumersi le proprie responsabilità in quanto da questo territorio, dalla Regione, ha percepito sgravi fiscali quando siamo stati assunti, e poi dallo Stato quando sono stati attivati gli ammortizzatori sociali. Ora che si trova in difficoltà, però, sta scaricando la crisi sulle nostre spalle – conclude – anche con metodi ricattatori».


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