Da Milano in bici contro «i pregiudizi sulle donne» Storia di Silvia e Linda, amiche e cicliste per caso

«Milleseicento chilometri in bicicletta per abbattere pregiudizi ed etichette sulle donne». È forte la motivazione che ha spinto Silvia Gottardi e Linda Ronzoni a creare il duo Cicliste per caso e attraversare in mountain bike l’Italia, da Milano a Catania in poco meno di trenta giorni. La prima ha 38 anni, vive nel capoluogo lombardo ed è una giocatrice di basket professionista – ha vinto lo scudetto con la squadra cittadina di Priolo Gargallo nel 2000 -, mentre si occupa pure di comunicazione, blog e promozione di eventi culturali. Linda ha dieci anni in più, vive nella sua stessa città e fa la graphic designer per alcune aziende. A unirle c’è la passione per lo sport e la sensibilità nei confronti di una questione femminile mai pienamente risolta. «È assurdo che ancora, al giorno d’oggi, la si debba definire così ma la nostra società ci costringe a continuare la lotta, a partire ad esempio dalla parificazione tra sport maschili e femminili», spiega Silvia. Motivo per cui la loro impresa l’hanno dedicata ad Alfonsina Strada che la ciclista definisce «una pioniera, un esempio per l’emancipazione delle donne». Strada, infatti, è stata la prima donna a correre il Giro d’Italia e quello di Lombardia, entrambe competizioni degli anni Venti.

E se l’avventura in bici di questi ultimi trenta giorni «è stata per entrambe meravigliosa e non avremmo mai voluto che finisse», non è di certo il loro primo viaggio su due ruote. E nemmeno l’ultimo. «A Natale abbiamo girato la Patagonia e il Cile, in piena libertà e autonomia, sempre in mountain bike e – racconta Silvia – è stato lì che ci è venuta l’idea di fare la stessa cosa con l’Italia soprattutto perché le persone che ci incontravano erano solite dirci Ma come fate ad andare in giro da sole, senza nemmeno un uomo?». «Noi non siamo pazze a farlo, non abbiamo bisogno di alcun tipo di protezione da parte dell’uomo e soprattutto nel nostro cammino abbiamo sempre incontrato persone fantastiche che ci hanno dato una mano», prosegue Silvia. Per lei i pregiudizi stanno anche in quelle tipologie di domande alle quali la migliore risposta è «la dimostrazione che le donne da sole possono fare qualunque cosa, anche 1630 chilometri in bici». Nonostante «nel nostro Paese lo sport e l’avventura sono considerate più delle cose per uomini, per una sorta di difetto di mentalità, lo stesso per cui probabilmente le bambine vengono iscritte a pallavolo e i bambini a calcio», sottolinea Silvia. 

E il mondo sportivo è solo uno degli esempi «in cui si presenta quella disparità di trattamento tra uomini e donne, basti pensare al mondo della politica, alla distribuzione dei ruoli apicali nelle aziende pubbliche e private e più banalmente nella vita di tutti i giorni», precisa. Il cui pensiero va ai momenti più brutti di alcune giornate «quando ogni donna apre il giornale e legge dell’ennesimo femminicidio, un delitto ormai comunemente riconosciuto per le particolari caratteristiche che vedono l’uomo equiparare a un oggetto perduto la compagna che non lo vuole più». Ma la speranza «è per le nuove generazioni, molto più sveglie e coscienti del proprio ruolo a differenza di noi quarantenni che ci ricordiamo ancora quando, prima del 1981, esisteva il delitto d’onore», aggiunge Silvia. 

Per la sportiva il compito delle donne più grandi rimane comunque l’esempio che si può dare alle più piccole «così come Alfonsina Strada lo è stata per noi, a sua insaputa». Il viaggio di Silvia e Linda si è concluso ieri pomeriggio nel capoluogo etneo, dove le due sportive hanno attraversato la pista ciclabile intitolata alle staffette partigiane per poi dirigersi a Palazzo degli elefanti dove sono state accolte dal sindaco Enzo Bianco e dall’assessora allo Sport Valentina Scialfa. Per loro ha suonato pure l’orchestra infantile Falcone-Borsellino. E adesso tutto – soprattutto le storie delle donne incontrate lungo la Milano-Catania – con «buona probabilità finirà in un documentario», conclude Silvia. 


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