L’inevitabile matrimonio Pd-Ncd in Sicilia I dubbi delle due parti, divisi sul territorio

Due partiti che viaggiano su strade parallele, destinate ad incontrarsi. Pd ed Ncd che a Roma governano insieme, in Sicilia continuano a professare di volere scegliere strade separate. Annunciano periodicamente reciproche aperture di credito e si rintanano successivamente nelle rispettive posizioni di attesa. Un matrimonio necessario, più che riparatore, che si farà nel tempo, per forza di cose, con il partito di Alfano e Castiglione sfrattato dalla casa del centro destra, saldamente in mano a Salvini che in Sicilia ancora non esplode e si mette prudentemente alla ruota di Nello Musumeci, a sua volta consapevole di uno scetticismo di fondo generale di Forza Italia sulle potenziali candidature alla presidenza della Regione, all’interno della coalizione.

Le voci di ingresso nel Pd e di annessioni clamorose si sono sprecate nei mesi scorsi, arrivando a coinvolgere Simona Vicari e lo stesso Giuseppe Castiglione, ma si sono rivelate del tutto infondate e prive di praticabilità. La nascita dei gruppi parlamentari a Roma di Azione popolare, il soggetto che prevede il cammino comune del partito di Alfano con D’Alia, è partita da tempo. Dopo aver strizzato l’occhio senza successo a Forza Italia, tutto è rimasto sospeso in aria. Giuseppe Castiglione, coordinatore regionale del Ncd, dal canto suo deve giocare d’attesa. Necessariamente. Cerca sindaci sui territori ed aggregazioni vincenti, punta sui contenuti, ma è scettico sui numeri e non ha fatto salti di gioia quando sui giornali è finita l’indiscrezione di Francesco Cascio prossimo candidato a sindaco di Palermo, ritenendo probabilmente questa una chance persa nel passato recente dallo stesso ex presidente dell’Ars. Lo stesso Marco Falcone, capogruppo all’Ars di Fi, è chiaro : «Ncd cerca scuse e pretesti, alla fine confluiranno nell’area di centro sinistra».

Ma cosa blocca dunque, aperture a giorni alternate al governo regionale a parte, il sigillo ufficiale? Da una parte Schifani e soci frenano per ragioni di ordine generale e specifico. Rompere definitivamente con l’asset berlusconiano non è visto come un auspicio foriero di grandi risultati. Dall’altro Fausto Raciti, segretario regionale ddl Pd, ha ribadito fino allo sfinimento che la prospettiva possibile è quella di un soggetto alternativo ed autonomo centrista in grado di dialogare, interagire e collaborare in prospettiva con il Partito democratico e non l’omologazione di un soggetto unico ed indistinto che non fornirebbe un’immagine chiara agli elettori.

I Dem in sostanza avvertono la difficile conciliabilità sui territori con soggetti che vengono da tradizioni e schemi politici diversi, e, nonostante la vocazione di partito maggioritario che a Renzi sta portando più danno che guadagno, devono fare i conti con i partiti anti-sistema come Lega e M5s che imposteranno la prossima campagna di voto alle regionali come un referendum tra vecchio e nuovo, tra fatto e non fatto, tra annunciato e dimenticato, tra facce nuove e facce vecchie, tra presentabili ed impresentabili. Paradossalmente a destra un messaggio di questo tipo, spogliato da simboli e sigle, risulterà persino più gradito. Non è un caso che Musumeci continui a lavorare in questa direzione. La vecchia appartenenza berlusconiana ingombrante e priva di appeal verrà sostituita con la grancassa del partito popolare, civico e di salute pubblica, al quale potranno iscriversi gli ostinati che non accettano le condizioni e lo schema pentastellato.


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