La solitudine di Schifani: annuncia la ricandidatura, ma restano sfidanti e rimpasto

Se la politica è l’arte del tempismo, Renato Schifani sembra aver scelto il momento di massima euforia contabile per blindare il proprio futuro a Palazzo d’Orléans. Le dichiarazioni rilasciate a commento del via libera ai documenti finanziari che certificano un avanzo record per la Regione Siciliana, non lasciano spazio a interpretazioni: il presidente della Regione Siciliana punta dritto al 2027. Eppure la strada di Schifani per la ricandidatura è lastricata di ostacoli: primo tra tutti, il rimpasto previsto a breve, entro fine mese. Oltre alle opzioni – di nomi e strategie – di alleati e opposizione.

La strategia del tesoretto

L’annuncio della ricandidatura di Schifani, dopo settimane di prove tecniche di comunicazione, poggia sui numeri. Il presidente rivendica il passaggio da un disavanzo di 4 miliardi a un surplus di oltre 5 miliardi di euro come scudo contro le critiche interne ed esterne. Che vertono su un punto: quanto si deve alla gestione strutturale e quanto a congiunture favorevoli o accordi Stato-Regione precedenti? Se da un lato il governatore vanta una crescita dell’occupazione del 12,6 per cento e l’aumento degli investimenti (da 13 a 23 miliardi), l’opposizione sottolinea come la percezione dei servizisanità, trasporti, rifiuti – rimanga lontana dai fasti dei bilanci in attivo. Quella di Schifani è una blindatura preventiva: l’annuncio di ricandidatura un anno e mezzo prima delle elezioni, con buona pace di malpancisti e ambiziosi del suo centrodestra. Usando il tesoretto di bilancio come moneta di scambio politica per il rimpasto di giunta, annunciato come imminente.

Cronistoria di una ricandidatura annunciata

L’annuncio della ricandidatura, da parte di Schifani, è stato un crescendo di segnali politici. Ad agosto 2022 viene scelto come candidato del centrodestra dopo il veto su Nello Musumeci. Allora garante dell’unità e della stabilità istituzionale, appena insediato Schifani inizia a parlare di «progetti a lungo termine». Come la riforma delle Province, con elezione diretta, che necessita di più di un mandato. A febbraio 2026 il primo endorsement esterno significativo: la Dc, nonostante le turbolenze giudiziarie interne e il caso Cuffaro, annuncia ufficialmente il suo sostegno all’attuale presidente per il 2027. A inizio aprile, è lo stesso Schifani a lanciare il sasso nello stagno, parlando di «regola del rinnovo per completare in 10 anni un programma». Per arrivare all’oggi: «Cinque anni non bastano, nel 2027 mi ricandido».

Gli alleati di governo

Un’uscita che, secondo fonti vicine alla maggioranza, servirebbe anche a testare la fedeltà degli alleati. E la forza negoziale di Schifani, in vista del rimpasto. Come previsto, l’annuncio del presidente non ha scosso solo l’opinione pubblica, ma ha innescato un vero e proprio terremoto silenzioso tra i partner di coalizione. Fratelli d’Italia e Lega osservano con una cautela che profuma di strategia. Dal canto loro, Partito democratico e Movimento 5 stelle non hanno nessuna intenzione di stare alla finestra per godersi il panorama.

Fratelli d’Italia: l’attesa del partito guida

Il partito di Giorgia Meloni è attualmente la prima forza politica nell’Isola e la tentazione di esprimere un proprio nome per la presidenza nel 2027 è fortissima. Nonostante il patto di lealtà ufficiale, i patrioti siciliani non vogliono rassegnarsi a un altro mandato a guida Forza Italia. Il nome più caldo è quello del presidente Ars Gaetano Galvagno. Giovane, stimato trasversalmente e vicinissimo alle alte sfere romane, con Ignazio La Russa in testa. La sua recente scelta di chiedere il giudizio immediato per le vicende che lo riguardano è stata letta proprio come una mossa per ripulire il campo giudiziario in tempi brevi. E utili. Ma circola anche il nome di Nello Musumeci, ex governatore, oggi ministro. In una strategia che sembra non prevedere un attacco frontale a Schifani, ma un logoramento sui temi caldi, come emergenza idrica e rifiuti.

Lega: il baratto con i fondi extra-regionali

Per Matteo Salvini, la Sicilia è un laboratorio cruciale per la tenuta del partito a Sud. Qui la Lega ha un volto diverso da quello del Nord, più legato a figure di forte consenso territoriale. Nonostante le altalene giudiziarie e politiche, Luca Sammartino, il re delle preferenze catanese, rimane l’ago della bilancia. Il suo ritorno in giunta come vicepresidente e assessore all’Agricoltura lo rimette al centro dei giochi. E anche la Lega potrebbe rivendicare la presidenza, se FdI dovesse ottenere rassicurazioni su altri fronti nazionali. Ma con un gioco di sponda: il sostegno ufficiale, dietro cui si celano le note frizioni tra Sammartino e Schifani, di cui il Carroccio potrebbe accettare la ricandidatura solo a una condizione. Il controllo quasi totale sui capitoli di spesa dei fondi extra-regionali (Fsc e Pnrr).

Il campo largo alla prova del nove

Sul fronte opposto le opposizioni, con il campo progressista siciliano in divenire, accolgono l’annuncio di Schifani con una miscela di sarcasmo e mobilitazione bellica. Se, per il centrodestra, il surplus di bilancio è un trofeo, per Partito democratico e Movimento 5 Stelle è fumo negli occhi: un tesoretto di carta che non si traduce in servizi per i cittadini. Ma la vera partita si gioca sull’unità. Senza un accordo Pd-M5s, la strada per la presidenza della Regione resta sbarrata.

Pd: la sfida del ritorno sul territorio

Il segretario regionale Anthony Barbagallo ha già bollato la ricandidatura di Schifani come «l’ultimo atto di una politica autoreferenziale». Il Pd sta cercando di costruire un’alternativa che superi i personalismi, ma il dibattito interno sui nomi è già acceso. In pole position per lo scranno di presidente della Regione Siciliana troviamo, innanzitutto, lo stesso Anthony Barbagallo. Che ha consolidato la sua posizione a Roma e in Sicilia, ma deve vincere le resistenze di chi chiede un volto più civico. Favorito anche Peppe Provenzano, l’ex ministro del Sud che è il sogno di una parte dell’elettorato dem. Tra caratura nazionale e competenza tecnica sui fondi europei, sarebbe il perfetto contraltare del contabile Schifani. Grimaldello dem potrebbe essere la Sanità: puntando sui diritti negati – dalle liste d’attesa agli ospedali chiusi -, puntando ai voti dei moderati delusi.

M5s: ritorno di fiamma o volto nuovo?

Il M5s in Sicilia conserva uno zoccolo duro importante, ma vive una fase di transizione identitaria. «I conti in ordine non curano i malati né riempiono le dighe a secco», ricorda a Schifani il coordinatore regionale e vicepresidente Ars Nuccio Di Paola. Tra i nomi, escludendo i gossip quotidiani, ai nastri di partenza. Ma circola anche il nome di Giuseppe Antoci, oggi parlamentare europeo, che potrebbe mettere in campo la sua esperienza e chiamare a sé il voto dell’antimafia. Come sempre in questi casi, però, è necessario tenere presente un possibile outsider: Luigi Di Maio, su cui circolano voci di un ritorno in campo in una sfida di alto profilo, che divide la base grillina. Leva dei pentastellati potrebbe essere l’emergenza idrica del 2024-2025: con l’accusa a Schifani di non aver speso i fondi per le infrastrutture, mentre vantava avanzi di bilancio.

Lo scenario critico: da Cateno De Luca a Ismaele La Vardera

A definire l’annuncio di Schifani «una barzelletta che non fa ridere» è Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord, sindaco di Taormina e mina vagante. De Luca punta a correre da solo o a dettare le condizioni a un centrosinistra che avrebbe bisogno dei suoi voti. E non solo. Perché a giocare d’anticipo annunciando la propria autocandidatura era già stato l’ex Iena tv e deputato Ars Ismaele La Vardera, con il suo movimento Controcorrente. Proponendosi come polo civico e trasversale, per intercettare astensionisti e delusi. E disturbando le strategie sia del centrosinistra che del suo ex mentore De Luca. A cui La Vardera ha clonato i temi – dalla legalità alla lotta ai privilegi -, ma superandone il linguaggio per aggressività mediatica.

La prova di Schifani: il rimpasto di giunta

L’annuncio recente porta con sé un’ombra: il rimpasto del governo regionale. Schifani ha ammesso i «problemi in giunta» creati dai ripetuti guai giudiziari della sua maggioranza. Che rendono una sfida, per il governatore, trasformare la continuità contabile in stabilità politica. Specie in una coalizione dove la fame di poltrone rischia di erodere quel tesoretto che oggi appare come il suo principale punto di forza. La scadenza per il rimpasto sembra essere fissata a fine mese. Una data tecnica, considerata la paralisi della spesa che scatterebbe dal primo maggio senza rendiconto 2025, in fase di stesura. Ma anche comoda per attendere l’esito della riunione a porte chiuse di Fratelli d’Italia in Sicilia, alla presenza della capa della segreteria politica Arianna Meloni e del responsabile nazionale dell’organizzazione Giovanni Donzelli.


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