Foto profilo Fb Renato Schifani

Il presidente Schifani e le grane giudiziarie: qualcuna sua, molte altrui da Berlusconi a oggi

Due assessori alle prese con la giustizia, altri due rimossi per un’inchiesta sul loro partito, il presidente dell’Ars che chiederà il giudizio immediato e vari deputati impegnati in indagini e processi. «Nessuna questione morale», si affrettano tutti a dire, appellandosi al garantismo. Eppure l’elenco dei casi giudiziari di questa legislatura è lungo e riguarda tutti i partiti di governo. Una grana, quelle delle indagini, da cui non è stato esente neanche il presidente della Regione siciliana, Renato Schifani. Con una storia giudiziaria che si snoda tra la sua attività professionale di avvocato e i suoi ruoli istituzionali. Prima come presidente del Senato e, oggi, di governatore siciliano. Casi archiviati o prescritti, ma che dimostrano come, da tempo, la politica non riesca a non dover fare i conti con macchie e schizzi.

L’indagine (archiviata) per concorso esterno in associazione mafiosa

L’indagine più lunga – oltre dieci anni – che ha riguardato il presidente Schifani nasce dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. E si fa forte anche di alcune intercettazioni in carcere di Totò Riina. I magistrati di Palermo ipotizzano alcuni rapporti tra Schifani e gli ambienti mafiosi di Villabate e del Palermitano, durante la sua attività di avvocato negli anni ’80 e ’90. L’indagine viene archiviata nel 2014, stabilendo che questi rapporti, pur provati, fossero di natura professionale. Schifani, inoltre, avrebbe anche potuto non conoscere la caratura criminale di alcuni interlocutori. E, in ogni caso, erano storie così vecchie da essere prescritte. Tra i rapporti più discussi, in inchieste giudiziarie ma anche giornalistiche, ci sono quelli con la società di brokeraggio assicurativo Sicula Brokers, con alcuni soci ritenuti vicini alla mafia. O ancora con la società di recupero crediti Umts, raggiunta da indagini per usura ed estorsione.

Il caso (prescritto) del sistema Montante

L’ex presidente dei Confindustria Sicilia Antonello Montante

Tra le indagini, la più recente e ancora attiva al momento dell’elezione di Renato Schifani alla Regione riguarda il cosiddetto sistema Montante. Il maxiprocesso che prende il nome dall’ex leader di Confindustria Sicilia, Antonello Montante. Nato nel 2018, Schifani era imputato in quanto, secondo i magistrati, avrebbe riferito a Montante notizie riservate sull’indagine che lo riguardava. Ottenute attraverso contatti nei servizi segreti e forze dell’ordine. Il caso si chiude nel 2024, senza un esito preciso: il tribunale di Caltanissetta, infatti, dichiara estinti per prescrizione i reati contestati a Schifani. È passato troppo tempo dai fatti, insomma. Nonostante la difesa del governatore avesse chiesto il rito immediato per dimostrare la propria innocenza. Sempre dichiarata, nonostante il silenzio scelto durante l’interrogatorio davanti ai giudici.

Dal lodo Schifani alla responsabilità etica della politica

A proposito di processi, il nome del governatore siciliano – allora senatore – è legato anche a una delle più discusse leggi italiane recenti: il cosiddetto lodo Schifani. Datato 2003, prevedeva l’immunità per le alte cariche dello Stato. A beneficiarne sarebbe stato l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, prima che la legge venisse dichiarata incostituzionale. E ancora oggi Schifani ha più a che fare con i processi altrui nella sua maggioranza, piuttosto che con i propri. La sua storia, infatti, dimostra come un’inchiesta o un avviso di garanzia non siano una sentenza. Almeno senza voler opporre un assetato giustizialismo a un garantismo di comodo. Ma ,se si cercano le cause dello scollamento tra cittadini e politica e dell’assenteismo alle urne, non si può non ricordare che le funzioni pubbliche sono fatte anche di questioni di opportunità. O questioni morali, se si preferisce. E a Schifani, al momento, tocca gestirne parecchie.


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