Fallimento La Celere: sequestrati otto immobili alla moglie dell’imprenditore De Felice

La guardia di finanza di Catania ha sequestrato beni per un valore complessivo di 185mila euro a Giovanna Genovese, moglie dell’imprenditore Mario Umberto De Felice, nell’ambito dell’inchiesta della procura etnea sul fallimento della società di vigilanza La Celere, dichiarata fallita nel 2009. Il provvedimento, disposto dalla Corte d’appello, arriva mentre è in corso il processo di secondo grado che vede Genovese imputata per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, oltre che per appropriazione indebita.

Secondo le indagini, la donna avrebbe agito in concorso con il marito, allora legale rappresentante della società, per spostare il patrimonio aziendale e il portafoglio clienti verso una nuova impresa, La Celere Technology, formalmente intestata a lei ma, secondo l’accusa, di fatto gestita dall’imprenditore.

Nel 2012 i coniugi erano già stati raggiunti da misure cautelari personali e patrimoniali, compreso il sequestro delle quote societarie e di due immobili. Nel 2024, il tribunale ha condannato in primo grado Genovese per bancarotta fraudolenta. Ora la Corte d’appello, ravvisando il pericolo concreto di dispersione del patrimonio, ha ordinato il sequestro conservativo di otto immobili tra Catania, Misterbianco e Sant’Agata Li Battiati. Nel passato di De Felice c’è anche una parentesi politica con l’incarico di assessore al Comune di Catania, con delega alla Sicurezza e al traffico, durante la giunta di Umberto Scapagnini.

Aggiornamento delle 11.58 del 30 maggio 2025
Il tribunale del riesame di Catania ha annullato il sequestro dei beni, eseguito dalla guardia di finanza di Catania, a Giovanna Genovese, moglie dell’imprenditore Mario Umberto De Felice, indagata per appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. La decisione è della quinta sezione penale del Riesame, che ha accolto la richiesta dell’avvocato Mario Brancato, rendendo nullo il provvedimento della Corte d’appello e ordinando la restituzione dei beni. Nelle quattro pagine i giudici scrivono che la somma di 130mila euro al centro di una controversia civile sarebbe stata versata con 12 rate mensili.


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