Quelle insormontabili barriere mentali

Immagina. Immagina che sia mattina, la sveglia ti ha appena ricordato che devi alzarti per adempiere anche oggi a tutti i tuoi impegni. Decidi che il caffé lo prenderai al bar. Ti alzi, ti prepari ed esci. L’ascensore è guasto; dovrai scendere giù per le scale. Il bar è proprio sotto casa: entri e fai colazione. Subito dopo ti posizioni alla fermata sperando che l’autobus oggi non ti faccia attendere troppo. Quando arriva decidi di salire nonostante sia già affollatissimo di gente stressata e scalpitante che ad ogni sosta sospira e guarda l’orologio. E mentre l’autobus ti porta verso il tuo posto di lavoro o di studio, già pensi alla bella serata che trascorrerai più tardi in compagnia dei tuoi amici nell’ultimo locale di tendenza.
Una giornata tutto sommato normale, come tante altre, piena di piccoli gesti comuni ad ognuno di noi. Bene. Ora immagina di fare tutto questo…su una sedia a rotelle.
Troppo presi da noi stessi e dai nostri problemi spesso ci dimentichiamo che per qualcuno l’ascensore guasto, far colazione in un bar, l’autobus affollato che ti dà a stento il tempo di salire e incastrarti tra i gomiti di un altro passeggero o una spensierata serata in un locale, possono rendere una giornata normale molto molto stressante. Così è la vita per più di due milioni di italiani, persone come noi ai quali un incidente o una malattia hanno reso la vita un po’ più complicata.

Compito principale di un cronista, di un giornalista, o semplicemente di chi voglia trasmettere informazione, dovrebbe essere quello di scoprire e far vedere, anche a chi non vede, vizi e virtù della nostra società. A volte però ci si trova a fare i conti non con quello che si vede, ma piuttosto con quello che non si vede. Almeno apparentemente. Perché poi, andando a scavare più a fondo, si possono trovare mille storie, mille spiegazioni, mille inverosimili complicazioni che rendono fatti naturali eventi sporadici e straordinari.
Così è, ad esempio, per il “problema” dei diversamente abili che in Italia, abbiamo detto, riguarda più di due milioni di individui. Il vero problema è che per le strade delle nostre città ne vediamo solo una minima parte perché ancora oggi, purtroppo, i diversamente abili devono fare i conti con le barriere architettoniche che impediscono loro di essere autonomi come vorrebbero. E di fronte alle mille avversità, preferiscono restare a casa e delegare qualcun altro ad adempiere alle varie incombenze quotidiane. «Ogni gesto, ogni azione, anche la più semplice come pagare una bolletta, fare un prelievo in banca, entrare in un negozio, fare la spesa al supermercato o andare a mangiare una pizza, diventano per noi una vera e propria corsa ad ostacoli», racconta Francesca Liotta, pensionata disabile, che abbiamo incontrato durante una delle sue “corse” per le strade catanesi.

Infatti, facendo un giro per Catania, andando a vedere le strutture pubbliche o private come le sale cinematografiche, gli uffici, i negozi e una buona parte dei locali (ristoranti, bar, pizzerie), ci siamo resi conto che ancora non tutti hanno eliminato le barriere architettoniche. Conseguenza diretta di ciò è la lesione dell’incontestabile desiderio di autonomia e di indipendenza dei disabili, costretti a ricorrere – troppo frequentemente – all’aiuto di un’altra persona. Così, se dei dodici cinema catanesi (esclusi quelli per adulti e quelli nei comuni della provincia) sono meno della metà quelli non attrezzati per i diversamente abili, la situazione cambia per quanto riguarda i locali perchè sono ancora molti quelli che, pur avendo magari il bagno a norma, hanno uno o più scalini all’entrata, «tanto – ha commentato un gestore – lo scalino è basso e si può facilmente superare».

Il problema, però, non sta semplicemente nella possibilità o meno di superare uno scalino con la spinta di un’altra persona, ma piuttosto nel creare le condizioni necessarie per poterlo fare senza l’aiuto di nessuno. A chi farebbe piacere dover dipendere necessariamente da qualcuno? Perché una persona sana di mente, con una grande voglia di continuare a vivere facendo, per quanto gli sia possibile, le stesse cose che avrebbe fatto sulle sue gambe, si deve trovare continuamente ostacolato? La vita non è un diritto imprescindibile di ogni essere umano?
Domande retoriche, certo, dalla risposta ovvia, certo: e allora perché in una società che si vanta tanto di essere moderna ed evoluta ci troviamo ancora a parlare di queste cose?
Non sarà forse perché – azzardiamo una risposta – finché l’acqua non ci piove dentro il nostro bel soggiorno nuovo non ci preoccupiamo di sistemare il tetto?
«Purtroppo – conclude Francesca Liotta –  c’è ancora tanta gente che ci guarda con indifferenza, in alcuni casi addirittura con fastidio, perché non capisce il nostro naturale bisogno di “normalità”. Non basta abbattere le barriere architettoniche, bisognerebbe innanzitutto abolire il menefreghismo della gente. Prima di posteggiare la macchina in un posto riservato o davanti alla scivola di un marciapiede, prima di aprire un locale o di rinnovare un cinema, le persone dovrebbero pensare che forse proprio da lì potrebbe passare un disabile».
Perché in fondo, il problema più grave è che ad essere insormontabili non sono le barriere architettoniche ma quelle mentali.


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