Acqua, il Movimento 5 Stelle non deluda i siciliani

Dopo la sbornia delle finte privatizzazioni dell’acqua del decennio passato – in realtà si privatizzavano gli utili e pubblicizzavano le perdite – con il referendum del 2011 milioni di elettori hanno apposto un punto fermo. L’esplosione delle tariffe, le assunzioni a go go, le remunerazioni da grandi manager dei componenti gli Ato idrici, avevano creato un’avversione profonda da parte dei cittadini verso un modello che peggiora il servizio e preleva dalle tasche degli utenti le risorse per consentire le smanie di grandezza di una classe gestionale vorace.

A questo si unisce la cessione, per un piatto di lenticchie, di opere strutturali, bacini, sistemi di rete, impianti di potabilizzazione, costati al pubblico erario miliardi di euro.

Il referendum di due anni fa ristabilisce un principio fondamentale: l’acqua è pubblica e va gestita nell’interesse dei cittadini.

Anche il disegno di legge della giunta regionale approvato il mese scorso e adesso in Commissione Ambiente, riafferma con una lunga premessa densa di buoni propositi e solidi richiami al supremo risultato del referendum, il principio della pubblicità dell’acqua. Il Governo con mano ferma abolisce, tra sei mesi, gli Ato attuali, istituisce a costo zero, per ora, il Comitato consultivo di coordinamento e l’Autorità di regolazione del Servizio Idrico Integrato, il SII. E prospetta dei sub ambiti che ricalchino i costituendi liberi consorzi dei comuni. Una strana somiglianza con gli Ato che ci si appresta a sciogliere.

La mano traballa appena si arriva al cuore del disegno di legge. L’art. 9 stabilisce infatti che un successivo decreto individuerà i criteri e le modalità per l’utilizzo delle acque da parte di Sicilacque s.p.a. e per la consequenziale determinazione della relativa tariffa.

Dunque dopo le roboanti affermazioni della relazione del Governo, le sacrosante genuflessioni nei confronti del risultato referendario si conferma la continuità del rapporto con Siciliacque spa. Occorre ricordare che in questa società di gestione la Regione è minoritaria, detenendo un pacchetto azionario del 25%.

La stessa società, affidataria di un patrimonio di svariati miliardi di euro ha promesso investimenti per 588 milioni di euro in 40 anni, che tradotto significa circa 15 milioni di euro ogni anno, forse neanche bastevoli per le opere di manutenzione.

Dunque, invece di affermare nel disegno di legge che l’affidamento a Siciliaque va ridiscusso e, se il caso, revocato, si consacra con la forza di legge qualcosa il referendum stesso ha superato.

Sorprende che tale cruciale passaggio non sia stato colto dal Movimento 5 stelle a Palazzo dei Normanni.

Beppe Grillo prima delle elezioni della Primavera scorsa dichiarava:

“Capisco che alle banche e alla finanza interessa molto l’acqua perché tra 30 anni non avremo più petrolio. Il problema centrale non sarà più il petrolio, ma sarà l’acqua. Con il surriscaldamento del pianeta avremo sempre meno fonti idriche, quindi diventerà il grande oro blu. Ecco perché vogliono metterci le mani sull’acqua e allora capisco l’enorme pressione … delle multinazionali dell’acqua Veolia e Suez e di tutto in mondo finanziario perché si stracci il referendum. L’Europa ha paura del contagio referendum sull’acqua, ecco perché allora bisogna reagire”.

Il Movimento 5 stelle deve la sua diversità alla lontananza da gruppi di interesse e corporazioni, ma deve essere più attento. Ulisse resistette al canto delle sirene tappandosi le orecchie con la cera. Dentro l’Assemblea regionale siciliana, novello Palazzo di Circe, voci mielose e seducenti guidano gli inconsapevoli e gli sprovveduti verso un destino noto e triste che rischia di ripercuotersi sui siciliani e vanificare il referendum.


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