Sì, viaggiare/ Cronaca di un siciliano a Praga

A quanto pare abbiamo bisogno di lontananze. Foreste di betulle, pianure, città attraversate da fiumi. Ma solo per colmarle: si cerca, in effetti, la vicinanza. Questo è il momento più importante, metterci il piede dentro o tendere la mano, il primo. Tutto diventa più vicino, più tuo dunque. E sembra che in quella città tu ci sia già stato in altri tempi. O, forse, che quella birra tu l’abbia già bevuta, che tu abbia già rasato il viso proprio in quella camera d’albergo. E allora? Un caffè caldo, prosciutto a pezzi, rintocchi d’orologio e un plaid sopra ogni poltrona nei bar. Le mani che cercano mani, gli occhi altri occhi, conversazioni animate, meglio se tutto dentro vetri di protezione, al caldo. Il resto, intorno, è chiarore. Luce che il freddo congela nei toni più limpidi, come un perenne pomeriggio. Noi invece niente da dire. Ogni luogo, pensiamo, somiglia a qualche altro.
E’ così infatti.

Praga 2. Le più vecchie hanno le mani ritorte, piedi smisurati per una donna, spento ogni desiderio, e colori, addosso, che vanno dal bianco alle sfumature più scure del grigio. Stop. Ne incontri a decine. E a decine uomini con giacche troppo lunghe, colletti fuori moda, poche corone in tasca. Lasciarsi andare, trascinarsi: questo è il punto.

Praga 3. Teatro delle Nazioni, al tramonto. Un Don Chisciotte poco attendibile. Poco attendibile, e brutta, anche la gente che applaude ogni quattro minuti. Mi chiedo, allora, cosa governi quel posto, cosa guidi la nostra disposizione. Nessuno risponde, ma io lo so bene. La noia. Siamo distanti, io e mia moglie in platea, i miei cognati in loggione. Ma ci guardiamo ogni tanto: ogni luogo somiglia a qualche altro. Persino Rimini. E le gambe di quella signora senza testa. Poltrona 310, mi pare.

foto di Praga tratta da travel franpage.it

 


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A quanto pare abbiamo bisogno di lontananze. Foreste di betulle, pianure, città attraversate da fiumi. Ma solo per colmarle: si cerca, in effetti, la vicinanza. Questo è il momento più importante, metterci il piede dentro o tendere la mano, il primo. Tutto diventa più vicino, più tuo dunque. E sembra che in quella città tu ci sia già stato in altri tempi. O, forse, che quella birra tu l’abbia già bevuta, che tu abbia già rasato il viso proprio in quella camera d’albergo. E allora? un caffè caldo, prosciutto a pezzi, rintocchi d’orologio e un plaid sopra ogni poltrona nei bar. Le mani che cercano mani, gli occhi altri occhi, conversazioni animate, meglio se tutto dentro vetri di protezione, al caldo. Il resto, intorno, è chiarore. Luce che il freddo congela nei toni più limpidi, come un perenne pomeriggio. Noi invece niente da dire. Ogni luogo, pensiamo, somiglia a qualche altro.

A quanto pare abbiamo bisogno di lontananze. Foreste di betulle, pianure, città attraversate da fiumi. Ma solo per colmarle: si cerca, in effetti, la vicinanza. Questo è il momento più importante, metterci il piede dentro o tendere la mano, il primo. Tutto diventa più vicino, più tuo dunque. E sembra che in quella città tu ci sia già stato in altri tempi. O, forse, che quella birra tu l’abbia già bevuta, che tu abbia già rasato il viso proprio in quella camera d’albergo. E allora? un caffè caldo, prosciutto a pezzi, rintocchi d’orologio e un plaid sopra ogni poltrona nei bar. Le mani che cercano mani, gli occhi altri occhi, conversazioni animate, meglio se tutto dentro vetri di protezione, al caldo. Il resto, intorno, è chiarore. Luce che il freddo congela nei toni più limpidi, come un perenne pomeriggio. Noi invece niente da dire. Ogni luogo, pensiamo, somiglia a qualche altro.

A quanto pare abbiamo bisogno di lontananze. Foreste di betulle, pianure, città attraversate da fiumi. Ma solo per colmarle: si cerca, in effetti, la vicinanza. Questo è il momento più importante, metterci il piede dentro o tendere la mano, il primo. Tutto diventa più vicino, più tuo dunque. E sembra che in quella città tu ci sia già stato in altri tempi. O, forse, che quella birra tu l’abbia già bevuta, che tu abbia già rasato il viso proprio in quella camera d’albergo. E allora? un caffè caldo, prosciutto a pezzi, rintocchi d’orologio e un plaid sopra ogni poltrona nei bar. Le mani che cercano mani, gli occhi altri occhi, conversazioni animate, meglio se tutto dentro vetri di protezione, al caldo. Il resto, intorno, è chiarore. Luce che il freddo congela nei toni più limpidi, come un perenne pomeriggio. Noi invece niente da dire. Ogni luogo, pensiamo, somiglia a qualche altro.

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