Autorità di bacino, questa sconosciuta

Appena qualche settimana fa le piogge torrenziali tornavano a travolgere la provincia di Messina. Disastri ambientali, disperazione e anche alcuni morti. Uno scenario simile, forse peggiore, si era abbattuto, nelle stesse contrade, appena due anni fa, nel 2009.
Due anni fa, dopo le inondazioni, il governo regionale aveva messo in cantiere un ‘Piano’ per la prevenzione dei rischi. Era stato creato un cordinamento tra le varie branche dell’amministrazione che dovrebbero occuparsi e preoccuparsi della tutela preventiva del territorio e della popolazione. Era un primo, razionale tentativo di coordinare, su questo fronte, l’attività dell’assessorato regionale ai Lavori pubblici (ancora non non era entrata in vigore la riforma che avrebbe trasformato questa branca dell’amministrazione in assessorato alle Infrastrutture), dell’assessorato al Territorio e Ambiente, dell’Azienda Foreste demaniali, della Protezione civile e dei Geni civili.
Per motivi che, forse, andrebbero chiariti, questo coordinamento, dopo un paio di mesi di proficua attività (erano già stati individuati, ad esempio, i Bacini stralcio), si è dissolto.
Il passaggio non è secondario. Perché – e non c’è bisogno di essere ingegneri per capire certe cose – il coordinamento stava gettando le basi per arrivare all’istituzione delle Autorità di bacino, indispensabili se si vuole realmente avviare – con i fatti concreti e non a chiacchiere – l’attività di prevenzione rispetto agli effetti drammatici di certi eventi naturali.
La Sicilia – partiamo da qui – non ha mai avuto fortuna con le Autorità di bacino. Uno dei primi politici siciliani a capire l’importanza delle Autorità di bacino – e, soprattutto, uno dei primi che prova ad istituirli, alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso – è l’allora presidente della Regione, Rino Nicolosi.
Quando ci prova, a poco i suoi compagni di partito se lo mangiano vivo. Dal loro punto di vista – un punto di vista molto democristiano – avevano ragione. Le Autorità di bacino, una volta istituite, avrebbero messo fine a quella babele di interventi scoordinati (e di ricorso ai consulenti) che, in modo scombiccherato, andavano in scena in quegli anni in materia di dighe, interventi sui fiumi (che venivano ‘cementificati’), tutela del territorio e via appaltando.
Il problema, allora, era prorpio questo: con l’istituzione delle Autorità di bacino sarebbero finiti – guarda caso, proprio nel Messinese, ma anche in altre province dell’Isola – gli interventi demenziali sulle ‘fiumare’ e sui corsi d’acqua, che sarebbero stati regimentati in accordo con gli equilibri ambientali e non secondo le esigenze di ‘cassa’ delle imprese, spesso mafiose.

I risultati di quegli anni si vedono ancora oggi, se è vero che nel Messinese, oltre alle montagne che vengono giù per assenza di alberi, c’è sempre da fronteggiare il problema dei corsi d’acqua che, dopo una pioggia abbondante, inondano le aree circostanti.

Un problema simile – anche se con attori diversi – lo viviamo oggi. Certo, non ci sono più i grandi appalti di quegli anni, anche perché non ci sono più i copiosi fondi regionali e statali, mentre i fondi europei o non vengono spesi, o vanno ad alimemtare le clientele di feste & festini (leggere assessorato al Turismo e Circuiti del mito vari…). Ma, in compenso, c’è la Protezione civile che, spesso, viene chiamata ad occuparsi di questioni che dovrebbero essere affrontate da altri soggetti che, appunto, non ci sono (come, per l’appunto, la mai istituita Autorità di bacino). E se, alla fine degli anni ‘80, certi interventi si ‘pilotavano’ con le ‘procedure della somma urgenza’ (senza rendere conto a nessuno dell’operato, a cominciare dal denaro pubblico che veniva speso e dalle modalità con le quali tale denaro veniva speso), anche oggi, certi interventi della Protezione civile, vengono ‘pilotati’ sempre con le procedure della ‘somma urgenza’ (con gli stesso problemi di allora…).
Stiamo alzando un polverone per sparare nel mucchio? Non esattamente. Un esempio emblematico di cultura del ‘non fare’ in materia di prevenzione dal pericolo di piogge e inondazioni è rappresentato da Barcellona Pozzo di Gotto (ed è, s’intende, uno dei tanti esempi). La Regione siciliana si è dotata dei cosiddetti Pai, sigla che sta per Piano di assetto idrogeologico. Pai che, ne siamo certi, ha approfondito anche il ‘caso’ di Barcellona Pozzo di Gotto. In questa città, dal 2003, c’èun Piano regolatore generale (Prg) che ha individuato le aree a rischio di inondazione.
Dunque, in questo grosso centro del Messinese c’erano tutti gli elementi per prevenire l’inondazione. Eppure nulla è stato fatto. Perché? Perché il Pai, senza un soggetto che lo mette in atto, serve a poco. Idem per le indicazioni previste dal Prg. In parole più semplici: se manca l’Autorità di bacino come si possono effettuare gli interventi di prevenzione e sistemazione di una città o, in generale, di un ampio comprensorio?
Se scriviamo questa riflessione è perché due anni fa, dopo l’alluvione nel Messinese, non abbiamo visto alcun cambiamento. E non vediamo alcun cambiamento nemmeno oggi, sempre nel Messinese, a qualche settimana da una seconda, mortale inondazione.
A quante altre inondazioni dovremo assistere e quanti altri morti dobbiamo contare prima di vedere istituite e funzionanti le Autorità di bacino?

 

 


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