Farmacia, termina la requisitoria del pm Chiesti in tutto oltre 26 anni per gli imputati

Quasi due anni dopo l’inizio delle udienze del primo procedimento sullo scandalo dei cosiddetti laboratori dei veleni, arrivano le richieste di condanne per tutti e otto gli imputati coinvolti nel caso riguardante l’ex facoltà di Farmacia di Catania. Il pubblico ministero Giuseppe Sturiale ha chiesto l’assoluzione per prescrizione dall’accusa di gestione di discarica non autorizzata. Per gli altri capi – disastro ambientale colposo, omissione di atti d’ufficio e falso ideologico – la pena maggiore, quattro anni di reclusione, è stata richiesta per l’ex direttore amministrativo Antonino Domina. Per l’ex dirigente dell’ufficio tecnico Lucio Mannino il pm ha chiesto invece tre anni e otto mesi. Agli altri imputati – Giuseppe Ronsisvalle, Fulvio La Pergola, Giovanni Puglisi, Francesco Paolo Bonina, Marcello Bellia e Franco Vittorio, membri della commissione di sicurezza creata per risolvere le problematiche all’interno dell’edificio 2 della Cittadella – sono stati riconosciuti i reati di disastro ambientale colposo e omissione d’atti d’ufficio per una pena di tre anni e due mesi.

Il magistrato ha esaminato la situazione dei singoli imputati, prima di chiedere le pene quasi improvvisamente, lasciando per qualche istante sorpresi anche cancelliere e collegio. Antonino Domina, assieme allo scomparso rettore Ferdinando Latteri, aveva ruoli decisionali, da qui la richiesta di una pena maggiore rispetto agli altri. L’ex direttore amministrativo si avvaleva dei pareri dei tecnici suoi sottoposti La Pergola (responsabile del servizio prevenzione e protezione dai rischi di Unict) e Bellia (medico del lavoro). Lucio Mannino, invece, in qualità di dirigente dell’ufficio tecnico aveva parte attiva nell’esecuzione dei lavori di sostituzione dell’impianto fognario e degli altri interventi strutturali. Franco Vittorio, all’epoca a capo del dipartimento di Scienze farmaceutiche, e gli altri docenti imputati facevano parte della commissione sicurezza. Un ente creato per trovare una soluzione ai problemi segnalati, «con potere di scelta e di spesa» e i cui membri «si assumevano delle responsabilità».

La requisitoria del magistrato – che sostituisce il collega Lucio Setola, trasferito a Potenza lo scorso settembreera iniziata già il 21 dicembre. Nel corso dell’udienza di oggi, il pm ha riesaminato le perizie che si sono susseguite dal momento del sequestro della struttura universitaria, nel 2008, a cominciare da quelle del gip Antonio Fallone. Già dal momento dell’incidente probatorio i tecnici sottolineano come la situazione all’interno e all’esterno dell’edificio 2 sia profondamente mutata. Un nuovo impianto di aspirazione, il rifacimento dell’intero impianto fognario e la relativa asportazione di una parte consistente (e di difficile quantificazione) del terreno potenzialmente contaminato. «L’esito della perizia non è esaustivo», legge Sturiale dalla relazione. «I periti – aggiunge – non potranno dirci niente di utile». Una valutazione che ricorre anche nelle successive analisi dei tecnici nominati dall’accusa. Ma su una cosa entrambi i gruppi di studiosi sono concordi: il rischio chimico non era moderato, occorreva alzare il livello di attenzione e i controlli relativi ai luoghi di lavoro e di studio.

«Abbiamo un ente pubblico che deve salvaguardare la salute di cittadini e dipendenti», afferma il pm nella requisitoria. I vertici dell’università di Catania – che nel procedimento ricopre il doppio ruolo di parte civile e responsabile civile – avrebbero dovuto «adottare misure cautelari, eliminando o riducendo l’esposizione» alle sostanze chimiche, ma anche caratterizzare il terreno per capire l’entità dell’eventuale contaminazione e di conseguenza dare notizia di un potenziale reato. D’altro canto sono numerose le testimonianze di dipendenti e studenti non solo su malesseri e strani odori, ma anche su condotte di smaltimento del materiale di laboratorio non conformi al regolamento. E gli imputati, prosegue Sturiale, hanno preferito agire in maniera «accelerata», tanto da «non rendere edotto il Cda (il Consiglio d’amministrazione dell’ateneo, ndr) dei gravi motivi che hanno portato all’esecuzione urgente dei lavori di rifacimento dell’impianto fognario», bollandolo come soluzione ad una fastidiosa risalita di umidità.

Nel corso della prossima udienza, il 21 febbraio, le parti civili terranno un’unica requisitoria. Nella stessa udienza si esprimeranno anche i legali dell’ateneo di Catania. Da quella successiva, il 28, toccherà alle difese per giungere presumibilmente entro l’estate all’emissione di una sentenza. Da questa dipenderà anche la richiesta, già avanzata, di archiviazione dell’altro procedimento, quello per omicidio colposo plurimo.


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La pena più severa è quella richiesta per l'ex direttore amministrativo Antonino Domina (quattro anni di reclusione), assieme all'ex dirigente dell'ufficio tecnico Lucio Mannino (tre anni e otto mesi). Per gli altri coinvolti nel procedimento sulla gestione dei rifiuti all'interno dei cosiddetti laboratori dei veleni il magistrato Giuseppe Sturiale ha chiesto tre anni e due mesi. Sotto accusa i vertici dell'ateneo che avrebbero dovuto «adottare misure cautelari, eliminando o riducendo l'esposizione» alle sostanze chimiche

La pena più severa è quella richiesta per l'ex direttore amministrativo Antonino Domina (quattro anni di reclusione), assieme all'ex dirigente dell'ufficio tecnico Lucio Mannino (tre anni e otto mesi). Per gli altri coinvolti nel procedimento sulla gestione dei rifiuti all'interno dei cosiddetti laboratori dei veleni il magistrato Giuseppe Sturiale ha chiesto tre anni e due mesi. Sotto accusa i vertici dell'ateneo che avrebbero dovuto «adottare misure cautelari, eliminando o riducendo l'esposizione» alle sostanze chimiche

La pena più severa è quella richiesta per l'ex direttore amministrativo Antonino Domina (quattro anni di reclusione), assieme all'ex dirigente dell'ufficio tecnico Lucio Mannino (tre anni e otto mesi). Per gli altri coinvolti nel procedimento sulla gestione dei rifiuti all'interno dei cosiddetti laboratori dei veleni il magistrato Giuseppe Sturiale ha chiesto tre anni e due mesi. Sotto accusa i vertici dell'ateneo che avrebbero dovuto «adottare misure cautelari, eliminando o riducendo l'esposizione» alle sostanze chimiche

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