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Foto di: Pagina Facebook ufficiale

Regionali, è Claudio Fava il nome che unirà le sinistre?
«Non lo escludo. Sicilia, terra delusa ma appassionata»

Miriam Di Peri

Politica – Dopo le candidature annunciate di Cancelleri, Musumeci e Crocetta, la campagna elettorale pare molto simile a quella di cinque anni fa. E potrebbe esserlo ancora di più se si legge tra le righe - e nemmeno troppo - dei discorsi del deputato siciliano Mdp. Specie dopo l'addio all'alleanza con il Pd (e Alfano)

«Se vuoi competere coi Cinque stelle devi avere chiaro che ti stai rivolgendo a una terra delusa, ma ancora in qualche modo appassionata. Non puoi rivolgerti ad Alfano, che sembra Nanni Moretti mentre si chiede se lo si nota di più se va o non va». È un Claudio Fava che parla a ruota libera quello che analizza l’estenuante dibattito attorno alle candidature alla presidenza della Regione, a meno di 70 giorni dal voto. E mentre la sinistra saluta il Pd (e Alfano), ecco tornare in mente l’immagine di cinque anni fa, quando a correre verso palazzo d’Orleans erano - tra gli altri - Giancarlo Cancelleri, Nello Musumeci, Rosario Crocetta: tutti certi o possibili candidati anche di questa tornata. Possibile, quindi, che si vada verso una nuova candidatura anche per Fava, già in corsa pure lui nel 2012? «Io non escludo mai nulla» ammette il vicepresidente della commissione nazionale Antimafia. Una mezza frase che, tradotta dal politichese, sembra lasciare intendere più di una possibilità. Specie quando si è così vicini al voto e quando di nomi ne sono stati fatti (e bruciati) tanti. Troppi. Ancora meglio se dovesse servire - come appunto serve - un nome che metta d'accordo le sinistre, anche quelle che hanno appena rifiutato la larga coalizione con i democratici a causa dell'avvicinamento di Alfano.

Questa estate è stata caratterizzata da un dibattito politico estremamente serrato, legato però più ai nomi, ai partiti, alle alleanze, che ai programmi per il rilancio della Sicilia. Qual è l’immagine che appare all’esterno?
«Mi sembra che la Sicilia, ancora una volta, più che laboratorio di buona politica sia rimasta ostaggio delle alchimie romane, barattata in cambio di una soglia di sbarramento. Queste logiche legate a interessi e profitti fanno capire quanto sia tenuta in considerazione questa terra, e questo è un primo dato fortemente malato che registro. Poi c’è la continua fatica dell’autonomia, per cui qualunque scelta politica non riesce a prescindere da veti e suggestioni romane. La conseguenza di un quadro di questo tipo è il politicismo estremo a cui abbiamo assistito in queste settimane. Non è un caso che in questo dibattito non si sia sentita una sola voce che non provenga dalla politica politicista e da un certo circolo del civismo che rappresenta solo in parte la coscienza dei siciliani».

In questo quadro, a fronte delle tante parole spese contro lo spauracchio dei Cinque stelle, sembra quasi che i partiti stiano consegnando la Sicilia al Movimento.
«Non sono così convinto che i Cinque stelle abbiano un percorso in discesa che li porti a ratificare semplicemente una vittoria. Anche perché quella spinta emotiva nei loro confronti mi pare che non sia forte come un tempo. La Sicilia è molto concreta nelle scelte elettorali, ma di certo bisognerebbe controbattere non sommando tra loro frazioni di ceto politico. Al contrario, serve un progetto che parli ai siciliani per chiedere loro uno scatto d’orgoglio e di dignità. Cinque anni fa la scommessa degli elettori è stata con Crocetta. Ed evidentemente è stata disattesa».

Cosa non ha funzionato a suo avviso nell’esperienza di governo di Crocetta?
«Intanto bisogna ammettere che aveva un’eredità pesante, un po’ come è accaduto alla sindaca di Roma. A Crocetta è mancata l’umiltà nel dire ai siciliani "Rimbocchiamoci le maniche", tutti insieme. Le sue sfide si sono immediatamente arenate per eccesso di narcisismo. Non serve Zichichi da Ginevra, serve un’idea più utile, rigorosa e soprattutto quotidiana. Crocetta ha anche una competenza di fondo, ma ha un carattere che lo porta a considerare, come in Oscar Wilde, l’immagine riflessa allo specchio l’ombelico del mondo. Questa cosa in Sicilia funziona molto poco».

Intanto rispetto all’accordo, non ufficiale ma sostanziale, tra Pd e Ap, la sinistra si defila.
«Non è che la sinistra si defila, è il Partito democratico che fa una scelta suicida. Se tu vuoi competere coi Cinque stelle, devi avere chiaro che ti stai rivolgendo a una terra delusa, ma ancora in qualche modo appassionata. Non puoi rivolgerti ad Alfano, che sembra Nanni Moretti mentre si chiede se lo si nota di più se va o non va. Non si poteva continuare ad assistere a un dibattito attorno a cosa Alfano avrebbe dovuto garantire e a quello che a sua volta gli veniva garantito. Io penso che fosse naturale immaginare la costruzione di una coalizione larga, ma non mettendo dentro proprio tutto. Invece ancora una volta la Sicilia è stata venduta sul tavolo delle trattative, in cambio dello sbarramento al tre per cento».

Dall’altra parte resta la candidatura di Ottavio Navarra. Che, però, non ha mai negato di essere disponibile anche a fare un passo di lato davanti a un progetto più grande.
«Penso che questa passione possa essere raccolta al di là della somma algebrica delle forze che lo sostengono, perché in politica i numeri non sono gabbia o condizionamento, ma possono essere punto di partenza. Ma ai siciliani bisogna tornare a raccontare un’idea di Sicilia che li convinca, bisogna dire loro che non sono chiamati ad essere consenso, non sono chiamati ad essere numeri, ma che il loro è un ruolo da protagonisti nella vita politica della Sicilia».

Cancelleri, Musumeci, Crocetta. Sembra la campagna di cinque anni fa. È ipotizzabile che sulla scheda elettorale, il prossimo 5 novembre, si legga anche il nome di Claudio Fava?
«Io non escludo mai nulla, nel senso che considero certe sfide non come obblighi o questioni personali. Qualora ci fosse un sentimento comune in questo senso, io non mi tirerei indietro rispetto alle sfide della politica. Assistere dall’esterno fingendo di disinteressarmi non fa parte della mia persona».

Naturalmente una domanda è d’obbligo. La residenza in Sicilia questa volta ci sarebbe?
«La residenza c’è. Ma di certo, guardando a cinque anni fa, non posso provare sentimenti di colpa per un trasferimento di residenza che è soltanto un residuo dei barocchismi normativi siciliani. Quella della residenza è una condizione puramente anagrafica, che niente ha a che vedere col legame reale con questa terra. In ogni caso i prossimi giorni serviranno a capire se questa corda pazza è ancora in condizione di vibrare».