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Formazione, Monterosso e Corsello a processo
Accusate di aver dato fondi illegittimi agli enti

Miriam Di Peri

Politica – La segretaria generale della Regione e l'ex dirigente dovranno rispondere di peculato. La prima ha scelto il rito abbreviato, mentre l'udienza per la seconda inizierà il 5 giugno. La Regione, nonostante il rischio di danno erariale, non si è costituita parte civile anche in seguito a un parere dell'Avvocatura dello Stato

Rinviate a giudizio. Per Anna Rosa Corsello, ex dirigente della Regione siciliana, e Patrizia Monterosso, segretaria generale della Regione, il nuovo anno non è iniziato nel migliore dei modi. L’accusa per le due è di peculato, per aver autorizzato undici milioni di euro extra-budget a favore degli enti della formazione professionale

Monterosso, assistita dagli avvocati Nino Caleca e Roberto Mangano, ha scelto la formula del rito abbreviato, che inizierà il prossimo 11 maggio. Corsello, invece, assistita dall'avvocato Salvatore Modica, ha scelto il rito ordinario, con l'inizio del processo previsto il 5 giugno. L'indagine riguarda le somme concesse in aggiunta a quelle previste inizialmente dal Piano dell'offerta formativa regionale. Delle integrazioni che, però, secondo la Corte dei conti sarebbero state illegittime. 

Sul caso, nonostante lo spettro del danno erariale, la Regione non si è costituita parte civile, sollevando aspre critiche da parte delle opposizioni. Era il settembre del 2015 quando a Sala d’Ercole si sarebbe dovuta discutere la mozione contro il segretario generale della Regione, presentata dal Movimento 5 Stelle, che si risolse con un nulla di fatto perché dichiarata inammissibile. Una scelta che non è mandata giù ai deputati pentastellati, più volte tornati sull’argomento per chiedere le dimissioni di Monterosso e il recupero delle somme dovute da lei e dagli altri dirigenti ed ex assessori regionali, in seguito alla condanna in via definitiva della Corte dei conti.

Ma la difesa della segretaria generale proprio oggi ha presentato un parere dell'Avvocatura dello Stato, nel quale si consigliava alla Regione di non costituirsi parte civile al processo perché «gli atti sono legittimi».