Violenza sulle donne a Catania: i dati del 2025 e le attività del centro Thamaia

Numeri che crescono per un fenomeno meno nascosto e con più strumenti d’aiuto a disposizione. Sono i dati della violenza sulle donne a Catania: con 369 donne seguite dal centro antiviolenza etneo Thamaia nel 2025. Tra di loro, 120 erano già state inserite in percorsi di fuoriuscita dalla violenza maschile negli anni passati e proseguono la loro nuova strada. Mentre per 249 donne si è trattato del primo contatto diretto al centro e 97 sono arrivate tramite segnalazioni da altri enti. Numeri raccolti nel report annuale della Rete Antiviolenza della Città Metropolitana di Catania, che comprende anche 25 enti istituzionali, sanitari, giuridici e sociali. «Non solo un insieme di dati, ma una testimonianza viva del lavoro di ogni giorno al fianco delle donne che subiscono violenza», spiega Anna Agosta, presidente di Thamaia. Ricordando come, ai numeri, corrispondano «storie, percorsi di emancipazione, richieste d’aiuto che chiamano in causa l’intera comunità e interrogano le istituzioni sul loro ruolo».

I dati della violenza a Catania

Come indicano i dati del report 2025, la quasi totalità dei casi di violenza sulle donne a Catania e provincia è agita dal partner: quello attuale nel 49,3 per cento dei casi e l’ex nel 36,2 per cento. La maggior parte dei restanti casi si consuma comunque in famiglia, vedendo come autori delle violenze il padre, la madre, i figli o altri parenti. Meno del 5 per cento, invece, è riconducibile a un ambiente esterno: da un conoscente a un amico, dal datore di lavoro a uno sconosciuto, singolo o in gruppo. Ma nel report sono presenti anche i dati sul femminicidio in Sicilia: con 6 casi nel 2025, nella media annuale che si registra dal 2021, con eccezione del picco del 2023 (9 casi).

I dati delle richieste d’aiuto

I dati per età della violenza sulle donne a Catania nel 2025 del centro Thamaia
Un estratto del report 2025

Ma se i dati della violenza confermano il carattere strutturale del problema, un segnale positivo arriva invece dal momento in cui le donne chiedono aiuto. Con il 98 per cento delle richieste che arriva non in emergenza: ma prima che la violenza degeneri, dimostrando fiducia negli strumenti e nella capacità di ascolto del centro antiviolenza. I contatti arrivano da diversi canali. In maggioranza tramite parenti, amici e conoscenti. Ma anche dal numero nazionale antiviolenza 1522, dai media e dalle forze dell’ordine. La fascia d’età più rappresentata è quella di donne quarantenni, seguite da trentenni e ventenni – con una sostanziale parità di casi – e cinquantenni. Ma sono presenti anche richieste d’aiuto di giovanissime e di donne oltre i 70 anni. Solo l’8 per cento di loro di origine straniera.

Le attività di prevenzione

Parte integrante e fondamentale del lavoro di Thamaia e della Rete antiviolenza etnea è poi il lavoro di prevenzione e sensibilizzazione. Durante lo scorso anno scolastico, sono stati realizzati 69 laboratori nelle scuole, coinvolgendo oltre mille studenti, con insegnanti e famiglie. Per un approccio davvero integrato. Il centro Thamaia, inoltre, ha promosso due tavoli tecnici tematici e vari corsi di formazione, specifici per diverse categorie. Non solo la necessaria formazione per operatrici e operatori della Rete antiviolenza – con la necessità di un approccio professionale al tema -, ma anche nei confronti di esponenti di settori chiave: tra cui sanità, accoglienza, giornalismo e giustizia. Il tutto affiancato da puntuali iniziative di sensibilizzazione e comunicazione pubblica. «I dati ci ricordano che il nostro impegno non deve arretrare – conclude Agosta -. Chiedono politiche strutturali e continuative, investimenti pubblici adeguati, risorse professionali riconosciute e una programmazione capace di superare frammentarietà e disuguaglianze territoriali».


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