Una vita esposta all’amianto, fino alla morte per cancro a 72 anni: prima come militare e poi nei vigili del fuoco a Catania. È la vicenda di C. R. L. M., queste le iniziali dell’uomo, riconosciuta dal tribunale etneo, nella battaglia per la giustizia ingaggiata dalla vedova. Assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. Ma […]
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Dalla leva ai vigili del fuoco di Catania: per i giudici muore per amianto, ma i ministeri si oppongono
Una vita esposta all’amianto, fino alla morte per cancro a 72 anni: prima come militare e poi nei vigili del fuoco a Catania. È la vicenda di C. R. L. M., queste le iniziali dell’uomo, riconosciuta dal tribunale etneo, nella battaglia per la giustizia ingaggiata dalla vedova. Assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. Ma i ministeri condannati, Difesa e Interno, non ci stanno e impugnano la sentenza. Che adesso andrà in appello.
La storia dall’esercito ai vigili del fuoco etnei
La prima esposizione alla sostanza cancerogena ricostruita dal tribunale risale al servizio di leva militare dell’uomo. Svolto come marconista carro, operando anche all’interno dei mezzi militari. In ambienti dove si faceva uso di amianto presente anche negli apparati radio, nei mezzi di trasporto e nelle dotazioni per le esercitazioni. Conclusa la leva, L. M. ha lavorato per 40 anni nei vigili del fuoco di Catania. Prima nell’ufficio rimessa, poi occupandosi di riparazione e manutenzione di veicoli e attrezzature tecniche. Anche in questo caso, scrivono i giudici, esposto all’amianto. Fino a quando, nel 2019, non gli viene diagnosticato un mesotelioma pleurico epitelioide. E l’uomo muore quattro anni dopo, a 72 anni.
La sentenza del tribunale: morto per amianto
Ad aprile 2026, il tribunale di Catania riconosce il nesso tra l’esposizione alla sostanza e la morte dell’uomo. Con lo status di vittima del dovere e conseguenti benefici per la moglie vedova. Condannando i due ministeri al pagamento. Ma non solo. La sentenza sottolinea anche la mancata prevenzione negli ambienti di lavoro frequentati da L. M. Senza misure adeguate – come sistemi di aspirazione o mascherine per il personale – adottate dalle amministrazioni responsabili. Almeno fino agli ultimi anni ’90. La sentenza, però, è stata impugnata dai ministeri della Difesa e dell’Interno, e adesso dovrà decidere un giudice d’appello.
Una sofferenza che continua
«Continuare a opporsi al riconoscimento dei diritti significa infliggere alla famiglia un’ulteriore sofferenza – commenta Bonanni -. Questo accanimento è una grave mancanza di rispetto verso un servitore dello Stato e chi oggi ne porta il dolore e l’assenza». Dovendo affrontare anche un lungo percorso legale. «Le istituzioni dovrebbero essere le prime a riconoscere il sacrificio dei propri uomini», conclude l’avvocato.