Unioni civili, in Sicilia prima che nel resto d’Italia Atteso oggi il dell’Ars. Arcigay: «Siamo felici»

«La Sicilia sarà la prima regione d’Italia a dotarsi di un registro regionale delle unioni civili». Non trattiene la soddisfazione Mirko Pace, presidente di Arcigay Palermo. Il disegno di legge che regola lo strumento giuridico è stato approvato ieri sera con l’esame dei singoli emendamenti e oggi passerà al vaglio finale dell’Assemblea regionale siciliana. «Siamo contenti – afferma Pace – Alcuni emendamenti hanno modificato il testo, ma nella sostanza la nostra proposta è stata approvata». Pace, però, mantiene ancora i piedi per terra: «Solo tra poco potremo cantare vittoria. Ma dopo il voto di ieri sarebbero folli a sconfessarsi». 

La legge nel suo complesso «comprende anche una serie di norme generali di non poco conto». Il testo, infatti, si chiama Norme contro la discriminazione determinata dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere – istituzione del registro regionale delle unioni civili. La parte relativa alla discriminazione, inoltre, è stata «approvata così come l’abbiamo presentata», chiarisce Mirko Pace. Che spiega come il processo che ha portato alla definizione del testo portato all’Ars ha visto «una cooperazione forte di tutto il movimento lgbt: hanno partecipato tutte le associazioni Arcigay siciliane e altre realtà come Agedo e le famiglie arcobaleno». Un lavoro che poi si è spostato sul piano politico, con un accordo tra Movimento 5 stelle e Partito democratico che ha portato a unificare tre disegni di legge – uno ciascuno per grillini e Pd, un terzo dalla commissione Affari istituzionali presieduta da Antonello Cracolici – in una sola proposta, quella approvata ieri.

«Il registro regionale, rispetto a quelli comunali, ottiene due obiettivi: tutti i Comuni entro sei mesi dovranno dotarsene – elenca Pace – E in più è prevista una estensione delle potenzialità dei singoli registri comunali». Sette articoli in tutto nei quali la Regione si impegna a riconoscere ogni forma di convivenza e consente «a ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, promuovendo il superamento delle situazioni di discriminazione». Nel testo sono previsti interventi in numerosi ambiti: istruzione, politiche del lavoro, politiche sociali (sulla questione dell’accesso alle graduatorie per le case popolari è stato forte il dissenso espresso dall’Udc). Misure anche per una maggiore attenzione nei confronti del linguaggio discriminatorio e per le prestazioni sanitarie. «L’articolo 4, prima degli emendamenti, era di forte impatto», afferma Pace. «Prevedeva di designare una persona per l’assistenza medica e l’accesso alle informazioni sanitarie con una semplice dichiarazione di atto notorio. Adesso sarà subordinata all’iscrizione al registro, solo le coppie iscritte potranno usufruirne. Noi, però, preferivamo il testo così com’era perché ampliava le persone coinvolte».

La discussione si è aperta con una fitta e cavillosa diatriba sul nome da dare all’istituto giuridico. Registro o elenco? Un elemento che ha portato alcuni esponenti del centrodestra a sollevare dubbi sulla costituzionalità del ddl. La questione è stata risolta dal proponente, Cracolici, «che ha sostenuto come un elenco prevede un’iscrizione da un’altra parte. La dicitura corretta è registro», riporta con un sorriso il presidente di Arcigay. Sulla costituzionalità – che ha visti i parlamentari dibattere per un paio d’ore, con il centrodestra che ha richiesto più volte il rinvio del voto – si è espresso l’assessore alla Famiglia, Bruno Caruso: «Se le unioni civili sono strettamente connesse ai servizi e alle competenze regionali non credo possano sorgere problemi con questo disegno di legge», ha detto, dando così il via libera alla discussione. 


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