Un pirata a Strasburgo

Christian Engström è un pirata. Non veleggia su galeoni in cerca di tesori ma lo dice la spilletta appuntata sulla sua giacca di lana. Vi è rappresentata una bandiera nera. Il simbolo è quello del PiratPartiet, il partito svedese fondato nel 2006 da Rick Falkvinge. Un partito radicale, quello dei pirati, che difende la libertà del web, il diritto al downloading, gli open source, il copyleft. Engström lo conosce nel 2006 e si unisce alla battaglia. In precedenza era stato un programmatore informatico, un docente all’Università, e un attivista politico per il FFII (fondazione a favore di un’infrastruttura per la libera informazione). E poi, ecco che la nave battente bandiera nera approda al porto di Stoccolma. «Mi capitò di accendere la televisione, era uno dei primi giorni di gennaio, e ascoltai: “si è formato il Partito dei Pirati”. Fu sufficiente per volerne conoscere la piattaforma. Mi convinse e vi entrai a far parte. E sebbene non avessi pianificato tutto questo, finii per lavorare a tempo pieno con loro per i seguenti anni e senza ricevere un soldo, finché sono stato eletto al Parlamento Europeo con il 7,13% dei voti svedesi». Un nuovo sbarco per i corsari, stavolta a Strasburgo, nel Parlamento che più conta. Lì, dallo scorso giugno, Engström sventaglia il machete delle sue battaglie informatiche.
 
Sig. Engström, quello Pirata è un partito di nicchia?
«Mi piace dire che il nostro è un “focus party”, nel senso che focalizziamo tutte le energie verso un’area d’azione all’interno della quale ci sentiamo di poter aggiungere qualcosa di nuovo e importante. Ad esempio per una riforma del copyright e dei brevetti seguendo una strada positiva nell’emergente società dell’informazione. Il fatto di focalizzarci su pochi temi è la nostra forza. Lo riteniamo più opportuno rispetto al voler inutilmente allargare i programmi per coprire tutte le aree. Ci sono diversi temi politici importanti, ma la maggior parte sono già analizzati dai partiti del sistema politico. E’ nell’area delle politiche dell’informazione che abbiamo una nuova prospettiva da aggiungere».
 
Sarebbe?

«Vogliamo salvaguardare i diritti fondamentali su cui si basa la civiltà, riformare la proprietà intellettuale ed eliminare gradualmente il sistema dei brevetti. Fare il possibile per rendere l’Europa più democratica e trasparente. Ci battiamo per l’anonimità e l’immunità nelle comunicazioni effettuate per via elettronica, per il diritto a montare e remixare liberamente opere tutelate dal diritto d’autore senza richiedere un’autorizzazione, nonché per la riduzione dei copyright a solo uso commerciale per un massimo di cinque anni dalla prima data di pubblicazione, conservando il “diritto di attribuzione” per identificare gli autori delle opere».
 
A proposito di copyright, in Francia con la legge Hadopi hanno tentato di proteggere il diritto d’autore dal file-sharing. Anche in Inghilterra si sta muovendo qualcosa. Che ne pensa di questi tentativi?
«Sfortunatamente, le case cinematografiche e discografiche hanno molti soldi e li stanno usando per pagare i lobbisti, incaricati di convincere la politica a fermare il futuro. Insomma vogliono proteggere i modelli finanziari dello scorso secolo, quelli che li hanno fatti arricchire. Sebbene non avranno successo su lunga distanza, posono arrecare un grosso danno alla libera e aperta società di oggi».
 
L’industria culturale piange la crisi economica. La RIIA (i discografici americani ndr) il business che crolla a causa del downloading. Verità o distorsione dell’informazione?
«L’industria cinematografica non è affatto in crisi. Hollywood ha avuto il suo miglior anno nel 2008 per quanto riguarda i guadagni al botteghino. I discografici hanno perso circa la metà delle rendite dal miglior anno che è stato il 2001, ma solo perché si ostinano a offrire un servizio che non è più necessario. Nel ventesimo secolo, solo le grandi major erano in grado di distribuire la musica in tutto il mondo. Oggi, ogni teenager può farlo dalla propria cameretta. Io credo che le compagnie che non aggiungono più un valore, dovranno trovare nuovi modelli di business oppure scompariranno. Questo è il loro problema. Questa si chiama economia di mercato».
 
Alcuni però si stanno organizzando, vedi le vendite digitali che continuano ad aumentare. È il futuro?
«Alcune compagnie sono capaci di fare soldi offrendo convenienza per i consumatori anche in un ambiente in cui le stesse cose sono a disposizione gratis tramite il file-sharing. Dopotutto, esistono anche quelle aziende che fanno molti soldi vendendo bottiglie d’acqua in paesi che possiedono acqua buonissima e gratis nei loro rubinetti. Quindi! Ma non è da politico dire che alcuni modelli di business avranno successo e altri no. Spetta al mercato occuparsi di se stesso».
 
Ma insomma c’è una soluzione alla disputa? C’è chi pensa che dovrebbero essere i provider a pagare una quota alle industrie per i downloads…
«La soluzione è legalizzare tutte le copie non-commerciali e l’utilizzo dei lavori protetti da copyright. Questo renderebbe il file-sharing completamente legale. E ciò sarebbe positivo per i consumatori, ma anche per gli artisti che fanno musica. Guardando le statistiche economiche, abbiamo notato che la gente sta spendendo molto più denaro per la musica e per altre forme di cultura rispetto a dieci anni fa. Invece di sprecare denaro comprando compact disc sovrapprezzo, stanno spendendo più soldi per assistere a musica dal vivo: dai grandi concerti negli stadi ai piccoli show in locali minuscoli. Questo è fantastico per gli artisti, perché possono suonare moltissimo dal vivo. Ecco, tutto ciò però necessita di un aggiornamento della legge sul copyright per mettersi in linea con la realtà».
 
Passando all’informazione, Rupert Murdoch ha parlato della possibilità di un’informazione a pagamento pure sul Web. Che ne pensa?

«Mi sorprenderebbe se quel modello avesse successo, ma ripeto, non sono l’uomo giusto per dirlo. Se il signor Murdoch crede nella sua idea, è giusto che ci provi. Il mercato gli mostrerà se aveva ragione o torto».
 
Ci aggiorna sulle novità “pirata” che vengono da Strasburgo?
«Ci sono molti avvenimenti nell’Unione Europea sia per quanto riguarda le libertà civili nell’ambiente elettronico, e nei vari aspetti del copyright e dei brevetti. Fino ad ora, sfortunatamente, la maggior parte della legislazione che esce dal Parlamento è andata nella direzione sbagliata. Ma mi sento ancora pieno di speranza, perché credo che sempre più persone stanno iniziando a capire che dobbiamo dare un serio sguardo a questi temi, e cambiare la direzione che l’Europa sta prendendo. L’unica cosa che rimane è coinvolgere politici sufficienti per realizzarla. E noi siamo qui per questo». 
 


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