Trent’anni fa la mafia uccideva l’avvocato D’Uva Il nipote: «Messina è una città senza memoria»

A condannare a morte l’avvocato Nino D’Uva fu una scarpa lanciatagli addosso dalle gabbie dell’aula bunker del carcere messinese di Gazzi, durante il maxiprocesso dell’aprile 1986. Un segnale inconsueto che il killer, mimetizzato tra il pubblico che assisteva all’udienza, recepì alla perfezione. Un episodio strano quanto inquietante che pochi giorni dopo fu seguito dall’omicidio.

Nel tardo pomeriggio del 6 maggio 1986 qualcuno aprì il portone del palazzo D’Alcontres di via San Giacomo, nella città dello Stretto, e raggiunse il terzo piano. Lì c’era lo studio legale di D’Uva che inconsapevolmente spalancò la porta al proprio assassino. Il killer raggiunse a passo svelto l’ufficio del professionista messinese, coprì la calibro 7.65 con un cuscino e sparò un solo colpo, sufficiente a uccidere la vittima. Il sicario abbandonò in fretta il palazzo, gettò la pistola in un cassonetto dell’immondizia e si dileguò a bordo di una Mini guidata da un complice. Nino D’Uva fu ritrovato in un lago di sangue poco dopo dalla donna di servizio. Teneva ancora tra le mani la cornetta del telefono, scalfita dal proiettile.

L’eco dello sparo rimbombò in una Messina attonita, fino a raggiungere il carcere di Gazzi, teatro in quei giorni di una battaglia contro la criminalità organizzata. D’Uva era uno dei protagonisti di quel maxiprocesso, difendeva 13 dei 283 imputati, divisi tra Messina e Barcellona Pozzo di Gotto, finiti dietro le sbarre in attesa del verdetto. Di fronte ai magistrati comparvero esponenti dei clan legati ai boss Gaetano Costa, Placido Cariolo, Lorenzino Ingemi e Carmelo Milone. Personalità di spicco della mafia messinese tirati in ballo nelle confessioni del pentito Giuseppe Insolito che diedero il via al processo. Nel 1987 si arrivò alla sentenza di primo grado: 65 condanne e 180 assoluzioni. Alla fine vennero inflitti 394 anni di carcere contro i 1.020 richiesti dall’accusa. Soltanto per gli affiliati del clan Costa venne riconosciuta l’associazione mafiosa, mentre per gli altri imputati i giudici si pronunciarono per l’associazione a delinquere.

L’omicidio D’Uva resta un’incognita fino al 1993. È il pentito Umberto Santacaterina a squarciare un silenzio lungo sette anni, permettendo agli investigatori di ricostruire l’intera vicenda e legarla proprio al maxiprocesso. A uccidere D’Uva fu il 19enne Placido Calogero, esecutore per conto del boss Gaetano Costa. Nella vicenda fu coinvolto anche Natale Iamonte, esponente della ‘ndrangheta che in passato aveva chiesto di essere difeso proprio da D’Uva, ricevendo però un rifiuto. L’iter giudiziario si concluse nel 1999 con una condanna a 24 anni per il boss Iamonte, a 23 anni e mezzo per Calogero, a 12 anni per Costa e 21 per Giuseppe De Domenico, autista del killer. D’Uva fu ucciso per intimorire gli avvocati del maxiprocesso il cui lavoro, fino a quel momento, era stato giudicato troppo molle dalla criminalità organizzata.

Dal febbraio 2015, l’assassinio di Nino D’Uva è ricordato grazie a una lapide in marmo collocata all’interno del tribunale di Messina. Troppo poco secondo il nipote Francesco, deputato del Movimento 5 stelle e membro della commissione parlamentare Antimafia, che oggi celebra il trentesimo anniversario della morte del nonno in un evento organizzato al Palacultura di Messina a cui parteciperà anche l’onorevole Rosy Bindi.

«Non riesco ad accettare che Messina abbia dimenticato questa vicenda – racconta D’Uva a Meridionews questa è una città senza memoria. Forse è colpa della storica etichetta di provincia babba che porta a minimizzare l’importanza del fenomeno mafioso. Invece, Messina per decenni è stata dominata da clan mafiosi, ed è tutt’ora una piazza di riciclaggio dove la criminalità organizzata preferisce operare in silenzio. Sono passati trent’anni e il nome di Nino D’Uva compare in una targa nel Palazzo di Giustizia e nella tomba al cimitero. Solitamente gli avvocati uccisi dalla mafia finiscono per essere dimenticati troppo in fretta, eppure non sono pochi».

Francesco D’Uva non ha mai conosciuto il nonno e solo da ragazzo ha scoperto la terribile vicenda che ha sconvolto la sua famiglia. «Sono nato un anno dopo l’omicidio – precisa -. Da bambino ho sempre creduto di avere un solo nonno, nessuno mi ha mai raccontato niente. La mia famiglia si è subito chiusa nel silenzio, il dolore è stato vissuto privatamente. Crescendo mi sono documentato e anche attraverso gli articoli di giornale ho scoperto chi era mio nonno e il motivo per il quale è stato ucciso. Oggi – sottolinea – onoro la sua memoria anche con il mio impegno in commissione parlamentare. La mafia è cambiata molto rispetto agli anni ’80, bisogna comprenderlo. È necessario però che ognuno dia il suo contributo per combatterla: basta demandare la lotta alla criminalità organizzata a pochi paladini della giustizia, bisogna – conclude l’esponente pentastellato – andare oltre le manifestazioni di solidarietà verso magistrati o giornalisti e rispondere con fatti concreti».


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