Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi

Lezione o assemblea? La Capa continua le sue esplorazioni nel grande mondo dell’Università al tempo della protesta.

Caro diario,
l’Università è una cosa comune.
Nel senso che è di tutti gli studenti, matricole comprese.
Sono giorni di fermento, questi. Si capisce dall’aumento esponenziale del numero dei megafomani e dei volantinanti non professionisti, e si capisce anche dalle facce atterrite dei professori quando fanno lezione. Ogni tanto, di sguincio, gettano l’occhio alla porta, controllando che non ci siano sovversivi intenzionati ad interrompere le lezioni e a dimezzare la platea di aspirapolveri da apprendimento.
E’ capitato che fossi perfettamente incuneata tra la parete ed un armadio, per terra, attendendo l’arrivo di una docente e che mi chiedessi se, per ottenere un posto decente dove sedersi, fosse necessario partecipare ad una qualche raccolta punti o, meglio ancora, a clandestini incontri di lotta greco-romana arbitrati dal magnificissimo rettore in persona.
Dunque, ero incuneata tra questa parete e questo armadio, persa nelle altrui discussioni ascoltate di straforo, quando sento un boato alle mie spalle. Mi volto e osservo una scena apocalittica: una cinquantina di studenti, forse più, s’era alzata di colpo e aveva tentato di attraversare contemporaneamente la porticina d’ingresso all’aula. Qualcuno sgomitava, altri urlavano ai colleghi più vicini all’uscita di prendere due posti, anziché uno soltanto. I più fortunati, quelli arrivati all’aria aperta per primi, festeggiavano neanche fosse Capodanno. E correvano, correvano.
Sorrido, pensando che il richiamo della manifestazione fosse stato talmente improvviso e talmente forte da spingere tutti a muoversi nello stesso momento, con una irruenza mai vista.
Mi disincastro dalla mia postazione, passo attraverso il cimitero di sedie rivoltate lasciate dai corridori e, dopo che i ritardatari hanno conquistato anch’essi la libertà, esco a mia volta.
“Che succede?”, domando ad una ragazza che mi precede.
“E’ arrivata la professoressa e ha detto che faremo lezione in un’aula diversa”, mi spiega, allungando il passo.
Altro scenario paradossale: in fila indiana, i corridori, disciplinati, facevano il loro trionfale ingresso in una nuova aula.
Li seguo, trovo, miracolosamente, una sedia libera, e mi ci accovaccio come una gallina che accudisca il proprio pargolo oviforme.
Una donna, ho intuito subito trattavasi della professoressa di cui sopra, ci guardava dall’alto della sua cattedra. Calato il silenzio, quando costei sta per cominciare a parlare, un megafomane spezza l’equilibrio e irrompe con la sua voce amplificata.
Giù le mani dal diritto allo studio. E non ci sono ragioni che tengano.
La professoressa, imbufalita, grida:
“Ragazzi, volete fare lezione o assemblea?”, sovrasta i rumori di fuori e si rivolge a noi studenti.
Una sola voce ne raccoglie decine e decine: lezione!
Lezione? Lezione! Sicuri? Lezione. Ma come, lezione? Lezione.
Mi ci è voluto un po’ per rendermi conto che non s’era risposto “assemblea”. Lezione? No. Assemblea.
Mormorii di dissenso, una matricola si alza dalla sedia covata con ardore ed esce. Lezione? No. Assemblea.
L’Università è una cosa comune, pensa la matricola. Le lezioni sono interessanti, è bello prendervi parte, scrivere appunti, fare domande. Le lezioni sono fondamentali per la formazione di uno studente, questo la matricola lo sa. Ma sa anche che è essenziale che, in certi momenti, la comunità studentesca si muova compatta e faccia sentire la sua opinione.
Caro diario, kefiah o collo nudo, con o senza Converse, maglie rosse, maglie nere, e maglie bianche. Soprattutto maglie bianche, solo per ricordare che scuole ed università sono di chi le fa, non di chi ne parla senza conoscerle.


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