Stato-mafia, parte da oggi l’appello del processo trattativa «Tanti i punti oscuri, ma non possiamo riscrivere la storia»

«La sentenza non nasconde che si annidano non pochi punti oscuri nella storia del nostro Paese». La sentenza in questione è quella pronunciata il 20 aprile dell’anno scorso nell’aula bunker del Pagliarelli dal giudice della seconda corte d’assise di Palermo Alfredo Montalto, che metteva un punto al primo grado del processo sulla trattativa tra Stato e mafia. La stessa sentenza da cui riparte, da oggi, il processo di appello, attraverso la lunga relazione iniziale letta dal presidente di corte Angelo Pellino. Una lettura non semplice, che si protrarrà per circa quattro udienze e che tira in ballo ogni passaggio di quella sentenza. Quella che ha sancito l’esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia e con cui sono stati condannati in primo grado tutti gli imputati a processo meno uno. L’unico a vantare l’assoluzione, infatti, è l’ex senatore Nicola Mancino, che rispondeva di falsa testimonianza. Condanna a 28 anni invece, la più alta, per Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina. Seguito a ruota da Antonio Cinà, Marcello Dell’Utri, Mario Mori e Antonio Subranni condannati a 12 anni, mentre Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino condannati a otto anni, quest’ultimo per la sola calunnia ai danni dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Fuori dai giochi Bernardo Provenzano e Totò Riina, morti nel 2016 e nel 2017; e anche l’ex ministro Calogero Mannino, processato in abbreviato e assolto in primo grado.

Per l’ex capo del Ros dei carabinieri Antonio Subranni e il suo vice dell’epoca Mario Mori, accusati insieme all’allora capitano Giuseppe De Donno e all’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri si trattava di rispondere di minaccia a corpo politico dello Stato. Nomi, accuse e intrecci che a distanza di un anno tornano a risuonare nell’aula di un tribunale. Il giudice Pellino parla così di «complessità dei fatti storici oggetto del processo» e di «strutture occulte, come quella massonica», tirate in ballo sempre nella sentenza di primo grado, così come del «fuoco della ricostruzione, che ha riguardato l’organizzazione più recente di Cosa nostra, centrando la parabola criminale dei corleonesi, che viene scolpita nella sentenza attraverso il racconto della sua ascesa e del suo successivo declino, il cui apice coincide con le stragi del ‘92». Fatti ripercorsi oggi, corredati dal preciso intendimento del giudice che «non possiamo riscrivere la storia». Tra i presenti in aula, oltre ad avvocati e imputati (seduti vicino ai rispettivi legali ci sono Mori e De Gennaro) e ai pg Giuseppe Fici e Sergio Barbieri, c’è anche Luca Cianferoni, che fino a poco tempo fa ha rappresentato legalmente Totò Riina, che ha impugnato la sentenza di primo grado chiedendone l’assoluzione nel merito, opponendosi all’estinzione del reato perché deceduto prima dell’emissione della sentenza di primo grado. Ricorso, però, dichiarato inammissibile dal giudice Pellino. Cianferoni inoltre, insieme all’avvocato Giovanni Anania del Foro di Palermo, è il legale di Leoluca Bagarella.

Due i temi primari sviscerati introducendo la relazione: le questioni legate alla competenza e la rassegna delle fonti di prova. La prima già risolta, ma su cui «la sentenza vi ritorna diffusamente perché alcune di queste questioni sono state riproposte nella lettura finale e ci torniamo anche adesso». Dalla competenza di materia, che chiarisce la pertinenza della corte d’assise (sia per l’omicidio aggravato che per il reato di strage la pena massima prevista è l’ergastolo), a quella di territorio, che fuga i dubbi sul ruolo di Palermo a dispetto di quello di Caltanissetta, Roma o anche Firenze. E poi le fonti di prova, appunto, cardine e parte più cospicua del compendio probatorio. Fonti che, in parte, si basano sulle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, rispetto ai quali, spiega il giudice Pellino rifacendosi ancora alla sentenza di primo grado, occorre operare le dovute distinzioni. «La sentenza esamina scrupolosamente con vere e proprie schede il percorso prima criminale e poi collaborativo dei vari pentiti sentiti a dibattimento e stila una sorta di graduatoria distinguendo tra collaboratori nei cui confronti non sono emersi elementi di dubbio, per la gran parte, e altri ritenuti inaffidabili», legge oggi in aula il presidente di corte. La collaborazione di qualcuno, quindi, «richiede estrema attenzione perché si tratta di collaboratori che durante il proprio percorso di collaborazione hanno avuto momenti di inciampo, come Brusca e Cancemi». Altri appartengono a categorie su cui non c’è alcuna riserva, mentre le dichiarazioni di altri hanno sollevato dubbi sull’acquisizione di alcune conoscenze dirette. «Su alcuni collaboratori la sentenza formula un giudizio impietoso e ne mette in dubbio la credibilità, come per Gaetano Grado, un giudizio di assoluta inaffidabilità. Così come per Gaspare Mutolo che, oltre ad alcuni inciampi iniziali, si è attribuito omicidi mai commessi».

Riserve, sempre ricalcando la sentenza di primo grado, anche sulle dichiarazioni del catanese Benedetto Santapaola e su quelle di Leonardo Messina, uno di quei soggetti che «tende a enfatizzare il proprio ruolo rispetto ai fatti che racconta». Giudizio positivo invece per Stefano Lo Verso, rispetto alle sue dichiarazioni sui rapporti tra Cosa nostra con esponenti politici e istituzionali, su Dell’Utri che avrebbe preso il posto di Salvo Lima dopo il suo omicidio, sull’appoggio elettorale per cui lo stesso Provenzano si sarebbe speso. Prudenza invece di fronte alle dichiarazioni di Giuseppe Monticciolo, che ha ammesso di non aver sempre riferito cose di cui era direttamente a conoscenza, a cui è stato revocato il programma di protezione e che ha manifestato «inspiegabili riserve a parlare di alcuni legami tra mafia e politica, dicendo di avere ancora timore a rivelare certe cose».

E ancora, giudizio particolarmente positivo per Rosario Naimo e Gaspare Spatuzza, nel caso di quest’ultimo la «sua collaborazione viene valutata come il frutto di una sincera scelta di vita». Nomi dopo nomi, fino a quello di Massimo Ciancimino, sul quale «la corte di primo grado arriva a una decisione drastica: ha sempre cercato di accreditarsi la veste di fonte privilegiata ma la corte lo stronca con un giudizio di assoluta inaffidabilità, nelle sue dichiarazioni è impossibile discernere fra il bene e il male, non se ne può fare uso probatorio in un senso e nell’altro». «Pochi i commenti che si possono fare in questa fase, ci tocca ascoltare – osserva a caldo l’avvocato del generale del Ros Mori, Basilio Milio -, ancora siamo all’inizio. Il nostro animo è sicuramente fiducioso, perché in pace con la coscienza, e ci tengo a sottolinearlo».


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