Sicilia, una legge elettorale sbagliata e antidemocratica

Ad elezioni terminate, con il nuovo presidente della Regione siciliana eletto, con Sala d’Ercole pronta peri nuovi 90 parlamentari proviamo a ragionale sull’attuale legge elettorale siciliana.

Questa legge prevede l’elezione diretta del presidente della Regione siciliana, ma – come verificheremo tra qualche settimana, quando si insedieranno i nuovi deputati – non assicura la maggioranza al presidente eletto.

Chi ha pensato e approvato questa legge non brillava certo per immaginazione. Con riferimento all’elezione diretta del presidente della Regione, la legge sembra essere stata ‘confezionata’ su misura per una competizione elettorale dove a contendersi Palazzo d’Orleans siano solo due candidati forti.

La presenza di un terzo candidato forte (che è tale, cioè forte, se sostenuto da tre o quattro liste) rende difficile, se non impossibile che il presidente eletto abbia una maggioranza. Se, come nella competizione elettorale che si è conclusa ieri, i candidati forti sono più di tre – ognuno sostenuto da liste accettabili – diventa matematicamente impossibile, per il presidente eletto avere la maggioranza a Sala d’Ercole.

Domanda: non è un po’irragionevole una legge elettorale che fa eleggere direttamente dal popolo il presidente della Regione lasciandolo privo di maggioranza in Aula?

Il Tatarellum – la legge elettorale per le elezioni dei presidenti delle Regioni a Statuto ordinario – in caso di un presidente eletto senza maggioranza in Aula prevede il cosiddetto ‘sforamento’: alla maggioranza del candidato che è risultato eletto presidente della Regione vengono assegnati tanti seggi in più fino a raggiungere una congrua maggioranza in Aula.

In Sicilia lo ‘sforamento’ non si può applicare per due motivazioni: una giuridica, l’altra logica. Il numero dei deputati di Sala d’Ercole – 90 – è, come dicono i giuristi, ‘costituzionalizzato’. Lo Statuto fa parte della Costituzione e, per cambiare il numero di deputati, ci vuole una legge costituzionale (che è in discussione a Roma proprio per ridurre da 90 a 70 i parlamentari di sala d’Ercole: riduzione che, ormai, si potrà attuare solo nella prossima legislatura). Ne consegue che lo ‘sforamento’ non può essere applicato in Sicilia, perché il numero dei deputati dell’Ars non può essere aumentato.

C’, poi, un motivo logico affinché un Sicilia non si applichi questo particolare aspetto del Tatarellum: e cioè che 90 deputati già sono tanti e aumentarne il numero con lo ‘sforamento sarebbe una follia.

In Sicilia, come tutti sanno, esiste il ‘listino’. Che non serve assolutamente a nulla. Tant’è vero che con gli otto deputati che si sommeranno a quelli delle sue liste, il neo-presidente Rosario Crocetta non raggiungerà la maggioranza.

A cosa serve, allora, il ‘listino’? A premiare gli ‘amici’ del presidente della Regione eletto, che – non avendo partecipato direttamente alla campagna elettorale (e quindi non avendo speso i tanti soldi che ci vogliono) – per cinque anni si metteranno in tasca 20 mila euro al mese. Togliendo il posto a otto candidati delle liste che si sono fatti il ‘mazzo’ in campagna elettorale, hanno speso un sacco di soldi, dedicando tanto del loro tempo alla competizione elettorale.

Il tutto – lo ribadiamo – senza assicurare la finalità per la quale il ‘listino’ esiste: e cioè garantire la maggioranza al presidente eletto direttamente dal popolo.

Come si può notare, una legge profondamente sbagliata e ingiusta.

Ebbene, tutte queste cose erano note al Legislatore regionale. Che ha fatto finta di non accorgersi di nulla approvando una legge elettorale truffaldina. Si sarebbero potute trovare altre soluzioni. Ma non è stato fatto. O forse, come ora vedremo,è stato atto apposta.

Il nuovo presidente della Regione eletto non ha una maggioranza d’Aula. In una condizione normale sarebbe un problema. Ma quella siciliana non è una condizione normale. Perché? Perché il nostro Parlamento – sempre ‘lungimirante’ – non ha previsto adeguati ‘contrappesi’ per compensare il potere del presidente della Regione che, come ha dimostrato la nefasta presidenza di Raffaele Lombardo, può fare quello che vuole, umiliando l’Assemblea regionale siciliana.

L’Ars ha solo uno strumento per bloccare il presidente: la mozione di sfiducia per mandarlo a casa. Ma se ciò avviene, secondo quanto previsto dalla legge, vanno a casa anche i 90 parlamentari dell’Ars. E siccome ogni deputato di Sala d’Ercole si porta a casa, ogni mese, circa 20 mila euro netti, nessuno vuole andare a casa, cosicché il presidente della Regione governa senza maggioranza.

Grazie a questo Lombardo è rimasto in carica fino al 31 luglio scorso: perché i parlamentari di Sala d’Ercole – tutti, di maggioranza e di opposizione – non ne hanno voluto sapere di rinunciare a 20 mila euro circa al mese cadauno.

Per eliminare questa anomalia basta ridurre del 60 per cento i soldi che si mette in tasca ogni parlamentare. Con 20 mila euro al mese è difficile far prevalere le ragioni politiche sulla ‘tasca’; con 8 mila euro al mese la politica ha qualche speranza di prevalere sulla ‘tasca’.

I parlamentari vi diranno che non è vero che si mettono in tasca 20 mila euro a testa al mese. Mentono sapendo di mentire. Ognuno dei 90 – nessuno ha mai capito come e perché – una volta messo piede nel Palazzo Reale, si inventa qualcosa: presidente di commissione di qua, vicepresidente di là, consigli di presidenza, segretari e via continuando. Il risultato è una media di 18-20 mila euro al mese cadauno. Uno schifo.

La speranza, adesso, è affidata ai grillini, gli unici che possono porre fine a questo andazzo. Toccherà a loro affrontare il tema dell’indennità complessiva dei deputati dell’Ars. Parliamo di indennità complessiva non a caso: perché le voci nella ‘busta paga’ di ogni parlamentare di Sala d’Ercole sono sette o otto.

Quando, qualche mese fa, in piena campagna elettorale, l’onorevole Cateno De Luca ha pubblicato la propria ‘busta paga’, su facebook la gente è impazzita: nessuno riusciva a credere che un parlamentare regionale possa guadagnare tanto. Vedremo cosa sapranno fare i grillini.

Ultimo, ma non secondario aspetto, di questa legge elettorale siciliana. Com’è noto, i grandi Partiti – che allora erano Forza Italia, Ds (oggi Pd) e Udc – hanno voluto introdurre lo sbarramento del 5 per cento. Le forze politiche che non raggiungono il 5 per cento restano fuori dall’Ars.

A rigor di logica, lo sbarramento si introduce per garantire la stabilità dei Governi. In Sicilia lo sbarramento non ha garantito la stabilità, se è vero che nella passata legislatura Lombardo ha cambiato addirittura la maggioranza dei suoi Governi, mandando all’opposizione chi aveva vinto le elezioni e facendo governare chi le aveva perse.

Non solo. Come abbiamo già detto, l’attuale legge elettorale non garantisce, in presenza di tre candidati forti alle elezioni per il presidente della Regione, una maggioranza d’Aula.

Dunque: se lo sbarramento non serve a garantire al presidente della Regione una maggioranza a Sala d’Ercole, se non serve a garantire la governabilità, a che cosa serve? Semplice: serve soltanto a togliere la voce alle minoranze. Tant’è vero che quando è stata approvata a nessuno è passato dalla mente di garantire il cosiddetto ‘diritto di tribuna’.

Le minoranze debbono stare fuori per non rompere le scatole. E, soprattutto, i Partiti maggiori non debbono perdere quei quattro-cinque deputati, ovvero quei 20 mila euro cadauno da assegnare ai propri ulteriori deputati. Può sembrare un ragionamento non da Parlamento, ma di ‘miserabili’: ma purtroppo è così.

Cambieranno la legge? Speriamo.

 

 


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