Referendum, quello che cambia per la Sicilia Intervista al costituzionalista Valerio Onida

Manca meno di un mese al 4 dicembre, quando gli italiani saranno chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale targata Renzi. Modifiche che, nel caso in cui vincessero i sì, riguarderebbero anche la Sicilia. A cominciare dalle competenze divise tra Roma e Palermo. Valerio Onida, docente ed ex presidente della Corte costituzionale, è tra i principali sostenitori del no. E ha presentato ricorso al Tribunale di Milano e al Tar del Lazio contro il quesito referendario.

Professore Onida, la riforma costituzionale prevede che i deputati regionali facciano i senatori. Lo statuto siciliano invece afferma che le due cariche sono incompatibili. Come si risolve il problema?
«La nuova legge, se approvata, avrebbe l’effetto di abrogare implicitamente anche le norme degli statuti speciali che stabiliscono la incompatibilità fra la carica di membro del consiglio o dell’assemblea regionale e quella di componente di una delle Camere. Infatti la nuova legge prevede che alcuni consiglieri regionali debbano far parte del Senato. L’articolo 39, comma 13, della legge prevede che solo le disposizioni del capo IV (cioè le modifiche al titolo V) non si applicano alle Regioni speciali fino alla revisione dei rispettivi statuti sula base di intese con le medesime. Ma le norme sul Senato non rientrano in tale previsione».

Quindi non è necessaria nessuna modifica allo statuto siciliano, come già sostenuto dai costituzionalisti Cariola e Giuffrè? 
«Nessuna modifica, sono d’accordo con loro: si applica il principio cronologico e si determina l’abrogazione per incompatibilità della norma statutaria con riferimento al senato delle autonomie».

Cosa cambia o cambierà in termini di competenze per la Sicilia se la riforma costituzionale dovesse essere approvata?
«Anche se, come ho ricordato, le modifiche del titolo V, parte II, della Costituzione non si applicheranno alle Regioni speciali fino alla revisione degli statuti (norma peraltro irragionevole, che finisce per approfondire ingiustamente le differenze fra Regioni ordinarie e Regioni speciali), sta di fatto che il nuovo impianto fortemente centralistico del titolo V riformato creerebbe un “ambiente giuridico” sfavorevole allo sviluppo del regionalismo, e dunque anche alle Regioni speciali (come accadde nel Paese quando le Regioni ordinarie non erano ancora istituite)». 

La Sicilia rischierebbe cioè di perdere autonomia?
«La nuova legge abolisce sostanzialmente le competenze “concorrenti” (quelle per cui in date materie lo Stato deve limitarsi a stabilire i principi fondamentali, e le Regioni disciplinano il resto), trasferendo le relative materie alla competenza esclusiva dello Stato. Negli statuti speciali le competenze concorrenti per ora resterebbero, ma è evidente che lo Stato, abilitato ormai a dettare anche norme di dettaglio, finirebbe per pretendere che anche le Regioni speciali si adeguino ad esse».

E in attesa della revisione degli statuti?
«Sorgerebbero infinite controversie sui limiti delle competenze di queste Regioni quando le loro leggi volessero derogare a quelle dello Stato. Insomma, anche le regioni speciali perderebbero in autonomia se questa riforma passasse».


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