Da venditore di materassi a re del narcotraffico: «Melo Scilio è uno sbirro che spende il nome di Turi Cappello»

Da venditore ambulante di materassi a sovrano del suo regno del narcotraffico. Che, dal quartiere San Giovanni Galermo di Catania, si sarebbe poi ridimensionato all’abitazione in via Capricorno dove era relegato agli arresti domiciliari. Da lì, Carmelo Scilio – detto Melo aricchiazzi, per via delle sue orecchie a sventola, coinvolto nell’operazione Devozione – avrebbe continuato a gestire le attività di spaccio di cocaina. Classe 1974, Scifo è considerato il capo e promotore di un’associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti: sarebbe stato lui a prendere le decisioni più rilevanti, a coordinare l’attività esterna dei suoi sodali e soprattutto a curare i rapporti con i fornitori di droga calabresi Bruno Cidoni e Antonio Pezzano.

Tutto restando tra le quattro mura di casa sua, già da tempo diventata base logica e operativa dell’associazione. Lì, in bella mostra su una vetrinetta in salotto, era esposta una corona dorata con diademi rossi, in stile chick inglese. Un copricapo regale tempestato di pietre preziose che i poliziotti si sono trovati davanti quando, nell’aprile del 2019, hanno arrestato Scilio nell’ambito dell’operazione Capricornus. Che proprio dalla via di casa sua aveva preso il nome. «Non è tanto il valore reale dell’oggetto ad avere significato, ma quello simbolico – aveva spiegato l’allora capo della Squadra mobile Antonio Salvago – che attesta la sicurezza e la smania di mostrare di essere regnante, di avere potere nell’ambiente criminale». E, in effetti, a confermarlo, sarebbero poi arrivate le immagini delle telecamere di videosorveglianza installate, a partire dal giugno del 2020, nei dintorni della sua abitazione dopo le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia.

«Gestisce tutti i paesi per il rifornimento di cocaina, grazie ai rapporti che aveva come venditore ambulante di materassi e che si è creato nel tempo». A descrivere l’excursus criminale di Scilio è Salvatore Castorina che, dopo avere fatto parte del clan Cappello-Carateddi, ha iniziato a collaborare con la giustizia. Una gestione del narcotraffico talmente capillare e organizzata che avrebbe fatto di Melo aricchiazzi «uno dei maggiori spacciatori operanti nel territorio catanese. Ha un giro grosso di denaro e si rifornisce dai calabresi». A raccontare come sarebbero avvenuti questi rifornimenti di droga attraverso lo Stretto, è stato il collaboratore Carmelo Pulvirenti (del clan Cappello-Bonaccorsi). «La droga che Scilio comprava dalla Calabria veniva trasportata in Sicilia da un certo Tano che abita in zona Etna Bar ed è balbuziente».

Informazioni sufficienti per fare capire agli inquirenti che si tratta di Gaetano Di Bella (non coinvolto nell’operazione Devozione). È la notte del 21 marzo del 2021 quando, al rientro della Calabria, Di Bella viene arrestato. A bordo della sua auto – una Nissan Qashqai – vengono trovati due chili di cocaina nascosti all’interno di un vano ricavato dietro il faro posteriore sinistro. «Scilio prendeva il suo telefono e si metteva in contatto in Calabria con i suoi fornitori – racconta Pulvirenti agli investigatori come si legge nelle carte dell’ordinanza – che facevano parte della ‘ndrangheta. A volte, gli mandavano anche le foto della droga che si riconosceva da particolari segni sulla confezione. Quando tutto era pronto, Scilio chiamava Tano che partiva con la macchina». Viaggi tra la Sicilia e la Calabria quelli di Di Bella, a bordo della sua auto con doppio fondo, che avrebbero avuto una cadenza regolare di due volte a settimana. Con degli extra. «Quando Tano diceva che era tutto a posto, salivamo in Calabria con i soldi che consegnavamo ai fornitori. Poi Tano tornava con la droga».

Un vai e vieni da 29mila euro al chilo. Questo, secondo il collaboratore Michele Vinciguerra, sarebbe stato il prezzo praticato sul mercato della piazza catanese da Scilio. Anche quando il suo regno si era ridotto alla sua casa. «Non ho mai avuto rapporti con Melo aricchiazzi – ci tiene a sottolineare agli inquirenti – perché si dice che sia uno sbirro». La nomea che Scilio si è fatto nell’ambiente criminale è anche quella di essere un informatore delle forze dell’ordine. «Ha sempre detto di appartenere alla famiglia di Turi Cappello (fondatore e capo carismatico del clan mafioso che prende il suo nome, detenuto al 41bis) di cui spendeva il nome – aggiunge il collaboratore Castorina – e sosteneva di mantenerlo in carcere. Devo anche dire – conclude – che di Melo Scilio si diceva che è confidente di polizia e che avesse fatto ricorso a Turi Cappello per evitare conseguenze».

Aggiornamento del 21 giugno
Riceviamo e pubblichiamo dall’avvocato Luigi Zinno difensore di Carmelo Scilio: Il mio assistito non ha mai iniziato nessun percorso di collaborazione con la giustizia né ha mai fornito informazioni in modo informale a nessuna forza dell’ordine. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, infatti, ha smentito le dichiarazioni fatte dai collaboratori ed è pronto a un confronto diretto con loro. Nell’ambito di un’altra recente operazione, uno dei collaboratori aveva dichiarato di non avere rapporti di natura criminale con Carmelo Scilio. Inoltre, il mio assistito non ha mai speso il nome di nessuno e durante l’interrogatorio di garanzia ha dichiarato di non appartenere a nessuna organizzazione criminale.


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