Pd, Andrea Orlando critica il modello palermitano «Una lista del genere può disorientare i cittadini»

«Se vogliamo un Pd che sappia riaprire un dialogo con il popolo e coagulare attorno a sé un centrosinistra, allora bisogna fare esattamente il contrario di quello che è stato fatto a Palermo in questo momento, ossia oscurare il simbolo del Pd e fare un’alleanza con le forze del nuovo centrodestra». Non le manda certo a dire il ministro della Giustizia e candidato alla segreteria del Partito Democratico Andrea Orlando, oggi a Palermo in occasione di un incontro, ai Cantieri culturali della Zisa, con sostenitori ed esponenti del mondo associativo e produttivo della città in vista in vista delle prossime primarie che si terranno il 30 aprile. Orlando ribadisce a più riprese la necessità di un cambio di rotta all’interno del Pd, a cominciare da un rinnovato dialogo con le classi più deboli – studenti, fasce meno abbienti – e, soprattutto, invoca un cambio di metodo, la ricerca di un nuovo dialogo non solo con le varie parti che compongono la società, ma anche interne al partito. 

«So che questo fa parte delle ragioni della politica – prosegue riferendosi ancora al ‘caso Palermo’ dove il candidato del Pd alle prossime amministrative è il sindaco uscente Leoluca Orlando, sostenuto da una lista priva di simboli -, ma se la politica non sa parlare alle ragioni di chi sta fuori, rischiamo di andare incontro a un fallimento. Dobbiamo provare a realizzare una svolta e mi rivolgo a tutti coloro che guardano ancora nel centrosinistra come a una prospettiva». Il guardasigilli, pur valutando la candidatura del sindaco Orlando come «molto competitiva e forte», solleva ancora una volta alcuni dubbi non tanto sulle modalità di tale scelta, ma sulla «sua opportunità politica».

 «Quello su cui ho espresso le me mie perplessità e sul modo in cui il Pd partecipa alla coalizione – chiarisce -. Perché penso che una serie di difficoltà, che si sono accumulate nel tempo, lo costringano oggi a una posizione di marginalità politica che credo non sia congrua per un partito che è il perno del centrosinistra e la principale forza di governo del Paese. L’idea di fare una lista con esponenti di altre forze politiche che vengono da schieramenti fino a qualche anno fa contrapposti, mi pare che possa disorientare i cittadini. Questo è un elemento che ho sottolineato nonostante riconosca la piena legittimità di questa iniziativa, ma abbia ancora forti dubbi sull’opportunità». E aggiunge: «Oggi ho reso omaggio a Pio La Torre, che è stato un grande dirigente politico e sindacale, nato in una borgata di Palermo e divenuto poi classe dirigente del paese. Questo percorso di inclusione della classe dirigente sarebbe ancora immaginabile oggi? Io penso di no, e ciò vale anche per il Partito democratico».

Più e più volte il ministro auspica una cambio di rotta perché «di fronte a noi abbiamo da rimontare anni e anni di involuzione del centrosinistra e del rapporto con la società. Occorre ripartire dicendo la verità agli italiani, il pericolo non è scongiurato. Se vogliamo sfidare veramente i populisti dobbiamo dire che servono tanti sforzi collettivi. Ma dobbiamo dare il segno che deve essere quello di ripartire dell’uguaglianza sociale, della riduzione delle distanze che sono diventate più grandi dopo la crisi. Dobbiamo essere il partito in grado di ricomporre questa Italia lacerata. Non credo sia una scandalo dire di voler aumentare l’aliquota alle fasce più alte: dobbiamo aver il coraggio che non li inseguiremo sul loro terremo. Anche perché tra l’originale e la copia, la gente preferisce sempre l’originale».

Ma il vero obiettivo di Orlando, la radice di tutti i mali del partito è l’ex premier Matteo Renzi che rischia di essere un peso troppo ingobmrante per il partito connadolo a una socnfitta certa alle prossime elezioni. «Renzi con la sua figura e la sua ossessione di voler tornare a Palazzo Chigi rischia di esser un ostacolo per la ricomposizione dell’unità nel partito. Si tratta di un dato politico, per questo il Pd va cambiato e si può cambiare. Dobbiamo batterci per evitare che il partito diventi il patrimonio di una persona soltanto. Se così fosse rischiamo di restringere di molto il suo campo d’azione, la sua capacità di interlocuzione, di costruire alleanze. Credo che questa sua la sfida più grande che ci attende».

A spaventare il ministro, tuttavia, è anche la piega populista che rischia di contagiare il Partito Demcoratico, anche nel tentativo di inseguire Grillo e Salvini sul loro stesso campo. «Si è cercato di andare a votare prima subito dopo il referendum, poi dopo la pronuncia della Consulta. Ma nessuna rivincita può giustificare il fatto di andare alle urne con una legge che apre a due scenari: o l’ingovernabilità o le larghe intese. Sono entrambi scenari nefasti per l’Italia e per il Pd e rischiamo davvero una sconfitta di carattere epocale. Se mi sono deciso a scendere in campo è perché penso che non possiamo permettercelo, perché non si tratterebbe semplicemente di un avvicendamento tra destra e sinistra. Questa è la peggior destra che abbiamo conosciuto – conclude – e che ha una concezione della democrazia che va messa molto tra virgolette».


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