Palermo, perché le società Municipalizzate sono allo sfascio?

Perché le ex Municipalizzate divenute spa, gonfie di personale, non assicurano i servizi? Perché Palermo, insieme a piccole e grandi città del Meridione, deve sottostare a questa maledizione? Come possono reagire i cittadini che amano il bene comune?

Se ne parla stamattina a Palermo, nella sala “Mauro Rostagno” di Palazzo delle Aquile. Appuntamento con amministratori comunali e uomini e donne di buona volontà. Ci saranno Giuseppe Barbera, Emilio Arcuri, Paolo Caracausi, Marco Frasca Polara, Rosario Filoramo, Dario Chinnici, Ignazio Messina, Nadia Spallitta, Filippo Occhipinti.

Stamattina, insomma il dibattito. Anche se, nell’immaginario dei palermitani non mancano le risposte. Per alcuni è la cronica mancanza di senso civico dei palermitani, per altri la disorganizzazione, per molti l’assoluta assenza di senso del dovere e di solidarietà di buona parte delle maestranze addette ai servizi.

Un male di cui non soffre solo Palermo. Napoli, amministrata da circa 40 anni dal centrosinistra, è un disastro elevato al cubo. Catania, con alcune parentesi di decente amministrazione, ha cancellato in poche stagioni il poco di buono realizzato. Le città medio piccole delle zone rivierasche del Palermitano sono consegnate a un destino di immondizia e alti costi. Sommerse da barriere di rifiuti, il segno di un’amministrare ingordo e senza scrupoli.

Quando poi si opera il raffronto con altre città italiane dotate dello stesso personale per eguali servizi si invoca la sciagurata e rassegnata diversità meridionale: qui è andata sempre così, lo scambio elettorale invece del lavoro, lo stipendio ma non il servizio. Se poi con tenacia si ricordano le cifre della raccolta differenziata, che a Torino produce utili e qui solo inganni, del trasporto urbano, si contestano, senza nulla spiegare, i raffronti.

Ma qual è il rimedio? Inveire al vento non serve. Voltarsi dall’altra parte neppure. Forse è venuto il momento per i cittadini di fare rete tra loro e con la buona volontà di chi amministra (a volte, nonostante i propositi innovatori, egualmente prigioniero di consolidate abitudini).

L’inquietante coincidenza dei disservizi alle comunità con le storiche zone di insediamento della criminalità mafiosa apre un’altra drammatica riflessione sull’incapacità delle classi dirigenti meridionali di spezzare un legame che condanna buona parte del paese a uno standard bassissimo di servizi ai cittadini.

 


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