Migranti, interrogato l’uomo estradato in Italia «Non ci sono presupposti per tenerlo in carcere»

«Lui oggi ha negato di essere la persona che si pensava fosse stata arrestata con quel nominativo» spiega Michele Calantropo a MeridioNews, parlando del suo assistito, Mered Tesfamarian. L’uomo è ritenuto dalle autorità Mered Yedhego Medhane, l’eritreo 35enne a capo dell’organizzazione criminale che gestisce la tratta degli esseri umani, sfruttando la tregedia dei migranti che fuggono dai paesi d’origine. «Ha negato anche di far parte di questa organizzazione criminale o di esserne coinvolto in qualche modo» prosegue Calantropo, che questa mattina, dopo l’interrogatorio di garanzia davanti ai pm di Palermo, Geri Ferrara e Claudio Camilleri, ne ha richiesto la scarcerazione.

«Per il momento lui rimane in carcere, ma naturalmente ho chiesto che venga rilasciato perché ha risposto tranquillamente a tutte le domande e ha spiegato tutto quello che andava chiarito» dice ancora il legale. «Non ci sono, a parer mio, motivi per tenerlo in carcere e i dubbi che aleggiano sulla faccenda non sono irrilevanti. Siamo in attesa della risposta del Giudice. Solo dopo potremo programmare il da farsi». Non c’è certezza, infatti, non solo sull’identità dell’uomo, ma anche sulla sua età: Tesfamarian avrebbe 27 anni, mentre il latitante ricercato dalla strage di migranti nel Mediterraneo avvenuta il 2 ottobre 2013 ne avrebbe 35. Mistero anche sulla provenienza: il detenuto incarcerato al Rebibbia di Roma sarebbe sudanese, mentre il ricercato avrebbe origini eritree. Per non parlare di documenti introvabili o falsi e del cellulare che potrebbe essere stato scambiato durante l’arresto e la breve detenzione dell’uomo nello Stato africano.

Non resta che attendere ulteriori investigazioni da parte della Procura della Repubblica, che dovrà chiarire se si tratti davvero di un clamoroso scambio di persona – come denunciato dai connazionali dell’uomo e dai familiari – o meno. «Purtroppo lui non può nemmeno essere raggiunto dai parenti, perché si trovano all’estero: chi negli Stati Uniti, chi in Norvegia, mentre qualcuno è rimasto in Sudan» conclude Calantropo, che si dice comunque fiducioso che la situazione possa presto risolversi. «Siamo nelle mani del Giudice».


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