Le Ilva siciliane, non solo petrolchimici Tumori record da Biancavilla a Milazzo

Il destino dello stabilimento Ilva di Taranto, tra magistratura, governo e scioperi degli operai, è ancora incerto. Il governo vuole evitare la chiusura dell’impianto con conseguente perdita di posti di lavoro, la giustizia bloccare la presunta causa di un imprecisato numero di morti e malattie tra residenti e lavoratori. E gli operai… Cosa vogliono gli operai? Nelle prime manifestazioni, quest’estate, le grida di «Salute!» e «Lavoro!» andavano di pari passo. Ma è difficile credere che queste richieste possano essere conciliate. Una bonifica dello stabilimento che non passi per la chiusura sembra complessa ed è lecito chiedersi se l’Ilva – o quello che ne rimarrà – sarà poi interessata a riaprire l’impianto. Nel frattempo, i dati diffusi nei giorni scorsi su mortalità e incidenza dei tumori nei comuni di Taranto e Statte (che costituiscono l’area più a rischio) confermano che la situazione ecologica, ambientale e sanitaria della zona è disastrosa. Ma non è l’unica. A Gela, come riporta un articolo di Giuseppe Pipitone su Il Fatto Quotidiano.it, l’alto tasso di malformazioni neonatali e la presenza dello stabilimento Eni hanno insospettito anche la magistratura, che ha aperto un’inchiesta.

Nel rapporto Sentieri dell’istituto superiore di Sanità vengono analizzati i dati sulla mortalità in 44 dei 57 siti di interesse nazionale (Sin) per le bonifiche, cioè aree con forte contaminazione ambientale. Tra questi, ovviamente, c’è l’area di Taranto. In Sicilia sono quattro i Sin analizzati: Biancavilla, Milazzo, Priolo e Gela. Il documento dal titolo Stato di salute della popolazione nelle aree siciliane a rischio ambientale dell’assessorato regionale alla Sanità raccoglie, oltre alle statistiche sulla mortalità, anche i dati sull’incidenza di specifiche malattie connesse all’inquinamento ambientale. Il periodo in esame è dal 1992 (o 1995) al 2002 per la mortalità, dal 2001 al 2003 per l’incidenza.

Biancavilla ha un rischio di tipo ambientale, dovuto al fatto che la cava da cui sono state estratte le pietre per costruire gran parte del paese contiene amianto, causa riconosciuta di un tumore chiamato mesotelioma pleurico. Di conseguenza, i morti per questo tipo di tumore sono circa otto volte più del normale, per un totale di nove vittime nel periodo 1995-2000. Anche per le malattie respiratorie il rischio di morte è più elevato di due-tre volte rispetto agli altri comuni etnei. Nell’area di Milazzo, che ospita una raffineria e un impianto siderurgico, il tasso di mortalità per malattie collegabili all’inquinamento industriale sembra nella norma, con l’eccezione dei tumori alla laringe negli uomini. I comuni di Priolo, Augusta e Melilli formano il cosiddetto triangolo industriale, dominato da un polo chimico, petrolchimico e di raffinazione tra i più grandi d’Europa. L’incidenza di tumori è nettamente più elevata rispetto al resto della provincia: più 20-35 per cento al colon retto, più 50 per cento al polmone, più 200 per cento alla pleura (da amianto), più 25 per cento al sistema nervoso, più 25-50 per cento per i tumori del sangue (linfomi). Sono allarmanti anche i dati sulle morti da malattie respiratorie acute, sia negli adulti che nei bambini.

Risultati simili si sono ottenuti per il comune di Gela, sede di un gigantesco complesso industriale che fa capo all’Eni, di centri di stoccaggio di idrocarburi e di una discarica per rifiuti industriali. Secondo i dati del ministero della Salute, la mortalità generale è più alta rispetto al resto della Sicilia del 10-20 per cento. Per quanto riguarda i tumori, si registra un 50 per cento in più di decessi per tumori allo stomaco (uomini), 50 per cento in più  di tumori al colon retto (donne), un più 30-50 per cento per tumori all’apparato respiratorio. I ricoverati per malattie non tumorali dell’apparato respiratorio sono il 40 per cento in più che nel resto della regione, mentre le vittime da asma sono il 25-50 per cento in più. Infine è da segnalare un aumento del 20 per cento dei decessi da malattie cardiovascolari (donne) e del 30 per cento dei decessi da malattie all’apparato digerente (uomini).

Un caso a parte sono le malformazioni congenite. La città di Gela è sprovvista di un meccanismo di registrazione sistematica delle malformazioni, quindi i dati sono stati ricavati da varie fonti: cartelle cliniche ospedaliere, pediatri del territorio, policlinico di Catania e addirittura precedenti inchieste della procura di Gela. Le informazioni sugli aborti conseguenti a diagnosi prenatale di malformazioni, inoltre, sono disponibili solo dal 1995 al 2002. Ne deriva che i risultati potrebbero rappresentare una sottostima del fenomeno reale. Ciononostante, l’incidenza di malformazioni congenite a Gela risulta del 100 per cento superiore a quella registrata nel resto della Sicilia e d’Italia, e ancora maggiore considerando anche i dati sugli aborti. L’aumento riguarda difetti al sistema nervoso, cardiovascolare, urinario, digerente e dei tegumenti. L’associazione di malformazioni al cuore con inquinamento ambientale (industriale, agricolo, da discariche) è nota e provata. Ma i dati più impressionanti sono quelli sull’ipospadia (un difetto del sistema urinario e del pene): l’incidenza a Gela è circa due volte e mezzo più alta che nel resto d’Italia e la seconda più alta mai descritta nei paesi che aderiscono all’osservatorio internazionale sulle malformazioni congenite (ICBD).

Il record dell’incidenza più alta appartiene infatti al Comune di Augusta. L’ipospadia è causata dalla rottura nel feto del normale equilibrio tra ormoni maschili e femminili. La sua incidenza nei paesi industrializzati è in continuo aumento a partire dagli anni ’60. Per questa ragione si ipotizza che sostanze chimiche di origine industriale possano interferire con la produzione o la funzione degli ormoni e provocare il difetto, ma l’associazione non è ancora stata chiaramente dimostrata. Nel caso di Gela il confronto delle famiglie di bambini nati malformati o sani ha evidenziato un notevole aumento del rischio di malformazioni associato al consumo di pesce, frutta o verdura prodotti/ pescati in proprio o acquistati da venditori ambulanti, cioè di origine locale. La documentata presenza di metalli pesanti nei prodotti alimentari del gelese è d’altronde una naturale conseguenza della contaminazione del suolo: la concentrazione di mercurio (rilasciato in gran parte dalla Clorosoda, fabbrica killer chiusa nel 1994) è cento volte superiore ai limiti di legge; il cloruro di vinile, cancerogeno noto per il caso di porto Marghera, è 3.500 volte oltre la soglia; mentre il benzene, causa tra l’altro di leucemie, è quasi duemila volte in eccesso. E’ stata riscontrata inoltre una elevata quantità di arsenico nel terreno (due volte oltre i valori limite) e nel sangue e nelle urine di abitanti del circondario di Gela. Le possibili conseguenze di una intossicazione da arsenico sono, tra le altre, disordini neurologici, cancro e morte.

Mentre i dati scientifici sull’inquinamento a Gela e nel triangolo industriale rimangono in gran parte ignoti alla popolazione, le conseguenze sulla loro salute sono sotto gli occhi di tutti. Tutti sanno, ma sono in pochi a parlare. La gente di Gela, Priolo, Augusta e Melilli, come quella di Taranto, è sotto ricatto: lavoro o salute. Che cosa dovrà ancora accadere perché si ribelli?

Nota
I dati contenuti nei rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Assessorato regionale alla Sanità differiscono in alcuni casi nella definizione delle aree a rischio e dei riferimenti. La scelta di quali dati riportare di volta in volta è stata basata esclusivamente sulla loro rilevanza scientifica.

*L’autore dell’articolo è uno scienziato, curatore del blog di divulgazione scientifica www.biocomiche.it

[Foto di cobalto64]


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