La Semaine de la Langue Française

 La Semaine de la Langue Française

“Accents”, “masques”, “badinage”, “escale”, “flamboyant”, “tresser”, “soif”, “kaléidoscope”, “hote”, “outreciel”: dieci parole per rendere omaggio alla lingua francese. Come? Quest’anno la Semaine de la langue française, tenutasi anche a Ragusa Ibla, ha portato fin qui il suo calore, la sua vitalità. Attraverso queste dieci parole vari ospiti e professionisti (tra i quali Joel Contival e una compagnia di attori di Catania diretta da Marco Longo) sono riusciti a creare degli ateliers davvero eccezionali, coinvolgendo alcuni studenti, raggiugendo degli ottimi risultati. Grazie alla loro professionalità e genialità ognuno di noi è riuscito a tirar fuori una parte di sé che magari non pensava nemmeno di avere, ed è così che dei semplici studenti sono diventati per qualche ora attori, registi, fotografi… Dando un posto ad ogni parola, dando vita a ognuna di queste dieci parole, dando realmente ad esse un corpo e un’anima, secondo il proprio coinvolgimento e il proprio modo di essere. Quest’esperieza ha permesso a tanti di noi di andare oltre ciò che un semplice spettatore può vedere: salire sul palco, prendere una pièce, smontarla e rimontarla in maniera sempre diversa, creare sfondi, scenografie nuove e immaginarie, cercare di essere registi per un giorno… e non solo! Altri ragazzi hanno dato vita alle parole cogliendo aspetti della realtà, da ogni prospettiva, da ogni angolazione, dimostrando come queste dieci parole possono trovarsi in qualunque posto: in una casa, per strada, in un giardino, in ciò che vogliamo… ma solo se diamo ad esse un senso più forte e profondo, se andiamo al di là dell’etimologia e del significato letterale. Per questo basta un semplice dizionario, ma, per fare cose con le parole e fare delle parole cose, un dizionario non basta, anzi, forse non è necessario; perché per realizzare questo servono creatività, spirito d’improvvisazione, voglia di divertirsi e di confrontarsi con gli altri…

Come sono state realizzate le dieci parole?

Nel teatro sono state interpretate con delle piccole scene non legate tra loro ma che singolarmente ne rappresentavano il senso. Ad esempio, per la parola badinage (scherzo) abbiamo messo in scena un equivoco, in cui due ragazze parlano del più e del meno e una terza ragazza si intromette tra le due scoppiando in lacrime e facendo di una sciocchezza un dramma; la parola masques (maschere) è stata rappresentata creando una scena in cui ci sono delle persone immobili e una persona che si muove tra loro e che passando la mano davanti ai loro volti li fa cambiare d’umore in continuazione. Ancora, la parola escale è stata utilizzata ambientando due scene in un aeroporto in cui persone sconosciute si incontrano e discutono del più e del meno… Diversa è stata l’interpretazione in fotografia, dove le immagini hanno suscitato diverse sensazioni. Ad esempio la parola outre-ciel, che è stata coniata da un autore senegalese e non ha una vera e propria traduzione, è stata presentata attraverso l’immagine di una sequenza di nuvole; la parola flamboyant come una ragazza che muove le braccia verso l’alto e danzando si libra come le fiamme verso l’alto. Gli accents erano segnati dalla musica di sottofondo. Hote è stato l’immagine di una turista che accoglie se stessa. Escale è stata presentata come una scaletta che gira per la città e che rappresenta gli scali che ognuno di noi fa nella vita.

Quest’evento è dunque servito non solo a rendere formalmente omaggio alla langue française, ma, concretamente, a usarla, facendola “nostra”, come se ci appartenesse da sempre… l’abbiamo rigenerata.


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