La laurea? In un cassetto (svedese)

Ikea chiama e Catania risponde con veemenza: per il 10 ottobre, data limite per candidarsi on-line ai 240 posti disponibili nel punto vendita che aprirà a Catania a marzo 2011, sono previste più di quarantamila candidature. Grandi numeri direttamente proporzionali al livello di disoccupazione e precarietà lavorativa che caratterizza il capoluogo etneo e la Sicilia tutta. Molti dei candidati sono laureati, nonostante per le posizioni da ricoprire l’azienda svedese richieda il diploma di scuola superiore. Cosa spinge un laureato a candidarsi per un posto di commesso, cassiere, cameriere e magazziniere? Ne abbiamo parlato con Ivana, trentenne catanese, laureata con il massimo dei voti in Lingue e Letterature straniere e abilitata all’insegnamento, al momento insegnante precaria alle prese con i tagli della Gelmini.

Ivana, tu sei un’insegnante con un percorso di studi brillante alle spalle, in questo momento che lavoro fai?
«Qualche giorno fa ho ottenuto una supplenza di francese di due ore settimanali in una scuola media di Maniace, un paese in provincia di Catania. Per sole due ore alla settimana, non guadagnerò quasi niente considerando anche i costi per viaggiare dalla mia città a Maniace, ma almeno avrò la possibilità di ottenere i dodici punti annuali per aggiornare la graduatoria».

Come mai hai deciso di candidarti per un posto all’Ikea?
«Ho deciso di mandare il CV a Ikea, perché la strada verso l’insegnamento oggi è più che  mai difficile. Mi ritrovo a trent’anni senza avere delle concrete prospettive lavorative. Sento di pesare sulle spalle dei miei genitori da troppo tempo ormai e penso che, oltre a continuare ad inseguire la passione per l’insegnamento, sia necessario anche aprirsi nuove strade».

Stanno cercando personale per quattro profili: addetto servizio e pagamento, addetto logistica, addetto area ristorazione, addetto vendita. Tu quale posizione hai scelto?
«Ho inviato la candidatura per la posizione di addetto servizio e pagamento, perché ritengo di avere le caratteristiche giuste per assistere il cliente, in particolare in relazione alle problematiche di pagamento e finanziamento. Sono una persona molto precisa, cortese e rassicurante».

Pensi che potresti abbandonare l’idea di fare l’insegnante e restare all’Ikea?
«Ritengo che l’Ikea sia un’azienda seria ed efficiente e se ci fossero delle concrete possibilità di inserimento e di crescita all’interno dell’azienda, potrei decidere di rinunciare ad inseguire l’incarico di ruolo a scuola, che al momento è un miraggio: forse arriverebbe tra venti o trent’anni anni! E non sto esagerando. Di certo non rinuncerei all’idea di insegnare, ho contatti con una scuola di italiano per stranieri dove potrei continuare a fare la prof, compatibilmente con gli impegni di lavoro. Mi piacerebbe continuare a fare doposcuola o, ancora meglio, potrei insegnare facendo volontariato presso centri di accoglienza o di recupero».

Quello per cui hai studiato diventerebbe quindi un hobby, volontariato.
«Se non può diventare un mestiere che mi permette di sopravvivere…».

Lavorare all’Ikea o insegnare. Se dovessi fare un confronto tra le due cose?
«Lavorare all’Ikea sarebbe confrontarsi con un’azienda competitiva, efficiente, stimolante. Insegnare è confrontarsi con un sistema scolastico disastrato, cercando di fare il proprio meglio con costante motivazione e mettendosi sempre in discussione. Insegnare significherebbe soprattutto mantenere vivo il proprio cuore e la propria mente ogni giorno di fronte alla bellezza di giovani impegnati a crescere e ad imparare».

Da piccola volevi fare l’insegnante?
«Sì, si capisce?».

Non hai pensato di lasciare Catania? Fuori ci sono più possibilità o la crisi globale fa ritornare col pensiero all’Ikea?
«Ho pensato e penso di lasciare Catania per insegnare, ma finora non ci sono state possibilità neanche fuori. Ho pensato anche di restare a Catania perché sarebbe bello poter offrire i frutti del proprio lavoro alla propria città».

Cosa diresti a chi dice che i giovani italiani sono bamboccioni?
«Credo che chi dice che i giovani italiani sono bamboccioni, non abbia mai visto davvero nei nostri occhi lo sconforto, la paura, l’insoddisfazione, che ogni giorno si accrescono per ogni porta sbattuta in faccia, per ogni proposta di stage non remunerato, per ogni contratto a tempo determinato che non viene poi puntualmente rinnovato. Penso che debbano cambiare appellativo: non siamo bamboccioni, siamo persone che si reinventano continuamente. Io per esempio a trent’anni anni ho già fatto diverse esperienze di lavoro, riuscendo abbastanza bene in tutte, ma non ottenendo niente, non credo per colpa mia, ma soprattutto per colpa del sistema creato da chi ci chiama bamboccioni».

Cosa pensi dell’altissimo numero di curricula che in questi giorni sta ricevendo Ikea?
«Il sud dell’Italia sta vivendo un periodo di crisi fortissima. I giovani, e non solo loro, hanno bisogno di lavoro. È chiaro che l’opportunità di inserirsi in un’azienda come Ikea sembri un’oasi in mezzo al deserto e faccia gola a tutti, dagli operai agli insegnanti. In fondo siamo tutti in cerca di qualcosa che ci renda davvero uomini e  penso che il lavoro sia questo qualcosa».


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