La fine del Ramadan, nel cuore della Sicilia Tra invettive contro l’Isis e nessuna donna

Un piccolo garage in affitto, un centro religioso che si sostiene grazie alle offerte della numerosa comunità islamica locale, arredato e adattato alle esigenze dei fedeli. È qui, nella moschea nel centro storico di Niscemi, che si è celebrato nei giorni scorsi il Id al-fitr, detta anche «festa minore» o «festa dell’interruzione del digiuno», che segna la chiusura del Ramadan. Per un mese i musulmani del paese nisseno si sono ritrovati a digiunare e pregare nella struttura adibita a luogo di culto. Nessuno sfarzo, qualche tappeto a terra e una fioca lampada per permettere la lettura del Corano all’imam. Ma sopratutto un piccolo segno nel muro che indica la direzione della Mecca verso cui pregare. 

La moschea esiste ormai da cinque anni, nata principalmente grazie al contributo dei membri più anziani della comunità tunisina. Una realtà misconosciuta però ai niscemesi, nonostante si trovi a pochi passi dalla centrale piazza Vittorio Emanuele II. Eppure, proprio grazie a figure come il professore Mohamed Alì, in Italia da più di trent’anni e riconosciuto mediatore culturale, la comunità islamica è sufficientemente integrata in città. Molti magrebini infatti in passato hanno raggiunto il paese nisseno alla ricerca del lavoro, principalmente nel settore agricolo, trovando in figure come quella di Mohamed un punto di riferimento. 

«Il professore», così lo chiamano gli amici, ci ha accompagnato alla cerimonia che sancisce la fine del mese di digiuno, preghiera e autodisciplina, uno dei pilastri dell’Islam, guidandoci nella comprensione del rito. A fare da cerimoniere l’imam tunisino Ibrahim. «Lui è solo una guida – ha spiegato Mohamed – non è una carica. Spesso infatti è affiancato o sostituito da altri fedeli». Nella lunga predica, Allauh akbar viene ripetuto numerose volte. Probabilmente è l’unica parola araba che risulta essere comprensibile agli italiani, per motivi però principalmente legati ai fatti di cronaca. Eppure lo stesso imam durante la preghiera ha lanciato un’invettiva contro Daesh, noto in Italia col nome di Isis, l’organizzazione terroristica di matrice islamica. 

È lo stesso Ibrahim a fugare ogni dubbio: «Come possono definirsi musulmani come noi, quando nel Corano ci sono parole d’amore e perdono? Il Profeta dice “chi salva una vita salva il mondo intero”». Il sermone viene per lo più recitato in arabo ed è ascoltato con attenzione dai numerosi partecipanti. La parte finale è però in italiano. Ed è un lungo ringraziamento alla città per l’accoglienza ricevuta. Immancabili i riferimenti «ai fratelli e alle sorelle della Palestina, della Libia, della Siria» e dei paesi musulmani martoriati dalle guerre e dal terrorismo. Alla fine della cerimonia il digiuno è rotto da un dattero e dai biscotti al sesamo offerti a tutti i partecipanti. L’atmosfera formale lascia spazio a un momento di cordialità condiviso in cui troviamo il tempo di discutere dei pregiudizi occidentali sull’Islam, delle prossime elezioni statunitensi e delle origini dell’Isis.

Balza però all’occhio l’assenza delle donne alla preghiera, nonostante la presenza di un piano ammezzato riservato, che però rimane vuoto. «La loro presenza è ammessa alla cerimonia – spiega uno dei membri più giovani della comunità -. Oggi anche molti uomini erano assenti per motivi di lavoro, non dobbiamo confondere l’arretratezza socioculturale di alcuni territori con le parole del Corano. Uomini e donne nel testo sacro sono citati lo stesso numero di volte, anzi la donna ha un ruolo centrale nell’Islam. Quel che accade in Afghanistan o in Arabia Saudita contro le donne – conclude – non ha fondamento nei testi sacri, è una questione di ignoranza». 


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