Indagine sulle Ong, presunti contatti con gli scafisti Replica: «Mai ricevuto chiamate dirette dai barconi»

«Rapporti con i trafficanti? Mai avuti». La risposta delle Ong alle dichiarazioni della procura di Catania è netta e corale. A ribadire l’esistenza di «evidenze» dei contatti, tra i libici che mettono in mare i migranti e le imbarcazioni delle organizzazioni non governative che li salvano, è stato ieri il procuratore capo etneo, Carmelo Zuccaro, che già a metà marzo aveva ammesso l’apertura di un fascicolo conoscitivo sulle attività di ricerca e soccorso in mare. «Tra le finalità delle Ong potrebbe esserci destabilizzare l’economia», ha rilanciato ieri il numero uno dei magistrati catanesi. 

Tra gli aspetti su cui gli inquirenti catanesi pongono attenzione ci sarebbero presunti contatti per telefono, o dal vivo al momento del salvataggio, tra scafisti e trafficanti da una parte e personale delle Ong dall’altro.  Ieri, dopo le nuove dichiarazioni di Zuccaro, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha voluto replicare: «Spero che la procura di Catania parli attraverso le indagini, gli atti, perché credo sia il modo migliore», ha commentato il guardasigilli.

Chi continua a negare fermamente ogni accusa sono i diretti interessati, sottolineando come le operazioni di soccorso si svolgano sempre e comunque sotto il coordinamento delle autorità italiane. «Dal 2014, anno della sua prima missione nel Mediterraneo Centrale, operiamo nel rispetto del diritto internazionale del mare e della convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare e sotto il coordinamento del soccorso marittimo di Roma, che assegna agli equipaggi ogni singolo salvataggio», dichiara a MeridioNews il portavoce di Moas, la Ong maltese fondata dai coniugi Liotta-Catrambone. L’organizzazione assicura di non aver «mai ricevuto chiamate dirette da trafficanti o barconi di migranti». In merito alle parole di Zuccaro, Moas «accoglie le indagini della magistratura, in primis della procura di Catania, ed è pronta a collaborare qualora queste accuse o allusioni vengano formalizzate tramite la presentazione di prove valide». Prove che, stando a quanto dichiarato dal procuratore, pur essendo sufficienti a dimostrare i rapporti coi migranti al momento non è ben chiaro come potrebbero essere utilizzare «processualmente».

La difesa dei maltesi passa anche dal chiarimento in merito alla presenza di luci in mare che indirizzerebbero barconi e gommoni verso i mezzi di salvataggio. «Siamo tenuti a mantenere accese le luci. Si tratta di un obbligo imposto a tutte le navi presenti in mare, indipendentemente dalla qualifica», sottolinea il portavoce di Moas. Che poi spiega perché i mezzi delle Ong si trovino più spesso delle navi militari e di quelle delle missioni pubbliche vicino ai luoghi di soccorso. «Quelle non hanno tra le priorità del loro mandato la ricerca e soccorso, e per questo motivo stanziano a una maggiore distanza dalle acque territoriali libiche. Come organizzazione umanitaria, invece, il nostro obiettivo principale è prevenire la perdita di vite».

La versione di Moas non differisce da quella di Sea-Eye, Ong tedesca che negli ultimi mesi si è fermata nel porto di Licata. «Escludiamo ogni ipotesi di collaborazione con i trafficanti – spiega a MeridioNews la portavoce Ursula Putz -. Agiamo soltanto su istruzioni della guardia costiera e le nostre comunicazioni sono con il centro di coordinamento di Roma». L’organizzazione, poi, specifica di non temere nessun controllo neanche sul fronte finanziario. «L’associazione è finanziata interamente da donazioni private. Ognuno di noi ha investito i propri soldi e il suo tempo per le emergenze. I nostri libri contabili li ha il fisco tedesco». Documenti che la Ong ribadisce di aver «messo a disposizione anche ai pubblici ministeri italiani ma ciò non è stato fatto». Infine, un chiarimento sulla fine delle imbarcazioni. «Lavoriamo in piena cooperazione con tutti gli attori presenti in mare, comprese le operazioni di law enforcement, per esempio la missione Eunavformed, che hanno nel proprio mandato la distruzione dei mezzi utilizzati dai trafficanti».

Non vuole entrare nella polemica Frontex, l’agenzia messa in campo dall’Ue per gestire le attività alle frontiere, anche se sono state proprio le dichiarazioni del suo direttore Fabrice Leggeri – «gli scafisti danno telefoni ai migranti con i numeri delle Ong» – ad avviare la discussione. «Da noi non sono partite accuse, abbiamo solo fotografato uno stato di cose che nell’ultimo triennio è cambiato», commenta Izabella Cooper. La portavoce spiega che «dal 2014 la linea dei soccorsi si è spinta fino al limite con le acque libiche». Ciò avrebbe mutato anche l’atteggiamento dei trafficanti. «È chiaro che approfittino dell’obbligo di salvataggio e oggi rispetto a prima mettono meno carburante nelle imbarcazioni e riducono i viveri per il viaggio, consapevoli che il tragitto da fare è più breve», prosegue. 

Massima riservatezza, invece, per quanto concerne presunte stranezze che potrebbero essere state riscontrate nelle attività di soccorso da parte delle Ong. «Ogni elemento lo trasmettiamo alla polizia italiana, non possiamo dire altro», taglia corto la portavoce di Frontex. Specificando che gli unici contatti con le organizzazioni non governative avvengono «negli hotspot o in occasioni di operazioni congiunte di soccorso». 


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