Il piano della Sibeg per imbottigliare Coca Cola in Albania «Era tutto già preventivato? No, colpa delle nuove tasse»

«La 
sugar tax per tutelare la salute degli italiani? No, è una fake news». «Plastic tax. Una tassa per l’ambiente? No, fake news». Sono questi questi i due cartelli appesi sulla parete del corridoio d’ingresso della Sibeg, l’azienda alla zona industriale di Catania che, dal 1976, è l’imbottigliatore siciliano autorizzato della Coca-Cola. «Sono rammaricato e arrabbiato per scelte di governo così miopi e irresponsabili – spiega durante l’intervista a MeridioNews Luca Busi, amministratore delegato dal 2001 – Queste tasse sono una scure che, senza pietà e senza senso, distruggono il nostro settore». Tanto che, alla fine dello scorso anno, aveva annunciato che Sibeg avrebbe «lasciato l’Italia» e delocalizzato la produzione nello stabilimento albanese di Tirana a scapito di 151 lavoratori, sui 355 impiegati a Catania. 

Un impianto, quello alla zona industriale etnea, di circa 58mila metri quadrati con
sette diverse linee di imbottigliamento in cui si producono 90mila lattine e 18mila bottiglie ogni ora. Qualcosa a metà tra La fabbrica di cioccolato di Tim Burton e la catena di montaggio di Tempi moderni di Charlie Chaplin. È qui che, al momento, viene imbottigliata tutta la Coca-Cola che beve ogni siciliano. «È stata una galoppata di vent’anni entusiasmanti fatti di alti e bassi e il 2019 è stato un anno di record positivo». Busi parla da imprenditore, con uno spiccato accento emiliano, mentre spiega che «dopo avere investito nello stabilimento etneo 30 milioni di euro negli ultimi quattro anni, adesso qui l’operazione è quella di riuscire a fare sopravvivere l’impresa asciugando i costi del lavoro, quindi salutando parte dei lavoratori e aumentando il prezzo al consumo del 20 per cento». La deduzione dell’ad di Sibeg è che a un aumento dei costi, seguirà una diminuzione dei consumi. «Abbiamo calcolato che in un anno perderemo il 27 per cento del fatturato: passeremo da 115 a 86 milioni di euro, che è quanto facevamo fino alla metà degli anni Ottanta».

Un salto indietro che ha portato l’imprenditore a fare un passo avanti verso quello che definisce a più riprese
un «territorio amico», l’Albania. A Tirana lo stabilimento (in foto) viene aperto a marzo1994 «grazie a una buona intuizione di mia mamma Cristina – ricostruisce – quando ancora quello era un territorio devastato da cui la gente scappava con le navi. Adesso, però, siamo orgogliosi perché è un Paese sicuro e in forte crescita». Al momento, i lavoratori sono 335 e il fatturato annuo è pari a 35 milioni di euro. «È lì che abbiamo dirottato i nuovi investimenti dei prossimi tre anni». Insomma, presto i siciliani berranno in parte anche Coca-Cola imbottigliata a Tirana «che è più buona», dice Busi con ironia dopo avere ammesso che parla pochissimo l’albanese.

La correlazione tra le due nuove tasse e gli
investimenti nel territorio amico ai sindacati scesi in campo in sostegno dei lavorati a rischio era inizialmente sembrato «un pretesto perché, già da prima, l’azienda aveva annunciato la volontà di delocalizzare», aveva dichiarato a questa testata il segretario generale Flai-Cgil Catania Pino Mandrà. Accuse che Busi rispedisce al mittente parlando di «unità tra sindacati, lavoratori e azienda nell’appello al presidente del Consiglio Giuseppe Conte» per un tavolo tecnico in cui discutere di un rinvio nell’entrata in vigore delle due leggi «per trovare il tempo di ragionarci». Una battaglia che, come imprenditore sta affrontando senza l’appoggio di altri colleghi del settore. «Non si sente solo?». «Sì – risponde alla nostra domanda – ma meglio solo che male accompagnato. Alcune aziende hanno preferito la strategia del silenzio ma stanno comunque lasciando a casa anche molti più lavoratori rispetto a noi. Abbiamo invitato – aggiunge – altre aziende del settore a fare fronte comune ma nessuno ha ancora risposto». 

In attesa di una risposta da parte del governo giallorosa, «ci sarebbero 
due strade di uscita per cui sarei pronto a fare marcia indietro: o una tassa più leggera e sostenibile da applicare a chiunque produca con zuccheri aggiunti e non solo sulle bevande, oppure – spiega – mantenere questa tassa (al 15 per cento del fatturato totale) ma portare l’Iva al 10 per cento, com’è per tutto il settore alimentare, e non al 22 per cento come se le bevande fossero un bene di lusso. La somma delle due cose anche un bambino capirebbe che per un’impresa è uno schiaffo che non le consente di stare in piedi. Gli unici che non riescono a capirlo – conclude – stanno al governo». 


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