Il debito pubblico? ‘Merito’ di Berlusconi

Circola su facebook un video nel quale l’economista Oscar Giannino, che non può certo essere tacciato di collateralismo con il centrosinistra, dimostra, numeri alla mano, due cose che ribaltano completamente quello che, fino ad oggi, è stato detto sul debito pubblico dell’Italia. In primo luogo, smentisce che il nostro debito pubblico è un retaggio della cosiddetta Prima Repubblica ma, al contrario, è cresciuto soprattutto durante la cosiddetta Seconda Repubblica. In secondo luogo, si scopre che a far crescere il già citato debito pubblico del nostro Paese, dal 1994 ad oggi, sono stati proprio i governi presieduti da Silvio Berlusconi.
Durante la Prima Repubblica – e, lo ripetiamo, si tratta di dati ufficiali che sono stati analizzati in euro – il debito pubblico del nostro Paese si è attestato intorno a 795 miliardi di euro. Nella Seconda Repubblica – e cioè dal 1994 fino alla recente caduta del governo Berlusconi (in pratica, un paio di settimane fa) – il debito pubblico ha raggiunto quota 1931 miliardi di euro!
Detto in parole semplici, la Seconda Repubblica ha aumentato il debito pubblico di oltre mille e 100 miliardi di euro.
Scendendo nel dettaglio – e leggendo sempre i dati forniti da Giannino – viene fuori che, nella Prima Repubblica, il debito pubblico cresceva di 17 miliardi di euro all’anno. Mentre nella Seconda Repubblica è cresciuto di 60 miliardi all’anno.
Le sorprese non finiscono qui. Nel 1992, in un momento drammatico per il nostro Paese, il governo Amato eredita un debito pubblico che, come già accennato, è pari a 795 miliardi di euro. Per fronteggiare una crisi difficilissima l’esecutivo Amato prima e il governo Ciampi poi portano il debito pubblico dell’Italia a 993 miliardi di euro. Un aumento, tutto sommato, giustificato, per l’appunto, da una crisi epocale.
Poi Giannino passa ad esaminare la crescita del debito pubblico dal 1994 ai nostri giorni. E lo fa facendo i conti in tasca ad ogni governo che si è succeduto, nel nostro Paese, dal 1994 ai nostri giorni.
Il record lo batte il primo governo Berlusconi, quello che si insedia nel 1994. Ebbene, il primo governo del Cavaliere, che durerà meno di un anno (252 giorni), farà crescere il debito pubblico di 330 milioni di euro al giorno. Gli succederà il governo Dini, che rimarrà in carica 484 giorni e farà aumentare il debito pubblico di 207,3 milioni di euro al giorno.
Poi arriverà il primo governo Prodi e – sorpresa delle sorprese – questo esecutivo di centrosinistra, che durerà 887 giorni, farà crescere il debito pubblico di 96,2 milioni di euro al giorno. Seguirà a ruota il governo D’Alema, che durerà poco più di 550 giorni e produrrà un debito pubblico di 76,3 milioni di euro al giorno. All’esecutivo di baffetto-D’Alema seguirà il governo Amato, che farà schizzare il debito pubblico a 124,5 milioni di euro al giorno.
Dopo le elezioni del 2001 tornerà Berlusconi. Che conferma il debito pubblico del governo Amato: 124,4 milioni di euro al giorno. Nel 2006 torna il governo Prodi, che porta il debito pubblico a 97,5 milioni di euro al giorno, quasi 30 milioni di euro al giorno in meno rispetto al precedente governo del Cavaliere. Nel 2008 torna Berlusconi: e si vede, se è vero che il debito pubblico torna a schizzzare a 217 milioni di euro al giorno.
I numeri, osserva sempre Giannino, sono testardi. Perché sono tali e non si perdono in chiacchiere. E i numeri dimostano che Berlusconi e Tremonti (anche se negli ultimi mesi del loro governo i due litigavano, o fingevano di litigare: vattelappesca…) non hanno preso in giro solo il Sud: hanno preso in giro l’Italia intera.
Berlusconi aveva promesso una svolta liberale, mentre i suoi governi non hanno fatto altro che aumentare a dismisura la spesa pubblica. Aveva promesso le ‘famigerate’ due aliquote che, però, non si sono mai materializzate. Di fatto, i governi di centrosinistra, hanno ridoto la spesa pubblica, mentre i governi d centrodestra l’hanno fatta crescere a dismisura.
Berlusconi, numeri alla mano, ha governato l’Italia contraddicendosi: ovvero facendo l’esatto contrario di quello che predicava nelle campagne elettorali.

 

 


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