Iblis, in aula il re dell’eolico Vito Nicastri «Non conosco Matteo Messina Denaro»

È forse il testimone più noto sfilato davanti al microfono dell’aula giudiziaria di Bicocca durante il processo Iblis. Secondo solo ad alcuni collaboratori di giustizia. Di certo è uno degli uomini più ricchi della Sicilia. Almeno prima dei continui sequestri per associazione mafiosa: l’ultimo da più di tre milioni di euro a settembre dello scorso anno, dopo quello da un miliardo e trecento milioni di euro ad aprile. È Vito Nicastri, creatore della maggior parte dei parchi eolici siciliani e, secondo i magistrati, direttamente collegato al boss del Trapanese Matteo Messina Denaro, inserito dal ministero dell’interno nella lista dei latitanti più pericolosi d’Italia. Con Nicastri avrebbe avuto a che fare Santo Massimino, imprenditore imputato nel procedimento e, secondo l’accusa, vicino a Cosa Nostra etnea.

Venuto da Alcamo, nonostante la sorveglianza speciale a cui è sottoposto, Nicastri è stato chiamato dai legali di Massimino per smentire le eventuali illegalità nella gestione dell’appalto del cosiddetto parco eolico dell’Ennese, tra i Comuni di Ramacca, Castel di Judica e Raddusa. Nello specifico, secondo l’accusa, l’interesse della mafia nel lavoro, attraverso gli imprenditori ritenuti vicini alla criminalità organizzata. «Ho conosciuto Massimino perché la sua ditta era quella scelta per trasportare i mezzi al cantiere – racconta l’imprenditore di Alcamo – Prima non lo avevo mai incontrato e comunque non ero nemmeno io a scegliere la società che si sarebbe occupata del trasporto. Una volta indicatami, con questa avevo rapporti indiretti per coordinare i lavori». Incontri avvenuti tre o quattro volte negli uffici di Nicastri ad Alcamo, «ma forse anche in cantiere, certo, può essere». In un’occasione, Massimino si sarebbe anche interessato per mostrare a Nicastri un terreno di 60 ettari a San Filippo di Agira. «Mi serviva per un progetto di fotovoltaico ma non era vicino a linee di trasporto di elettricità e quindi non se ne fece nulla».

L’imprenditore risponde in modo calmo alle domande, con un marcato accento siciliano. Gesticola poco, ascolta a testa bassa e nella stessa posizione risponde, senza rivolgersi a nessuno in particolare. Per lo più tiene le mani intrecciate davanti a sé. «E’ mai venuto nessuno da Catania, dichiarandosi membro di un’organizzazione mafiosa, per chiederle di pagare per i lavori o per l’energia prodotta dai parchi eolici?», chiede il pubblico ministero Antonino Fanara. «No, e quando sono successi episodi che potevano sembrare delle intimidazioni, abbiamo sempre denunciato». Un modo di fare quasi dimesso che si interrompe bruscamente quando le domande iniziano a riguardare nomi e conoscenze. «In che senso? In che circostanza? Che vuole dire?», chiede Nicastri di rimando ad avvocati e magistrati, misurando le parole. «Ha mai conosciuto Vincenzo Aiello?», domanda l’avvocato Alfio Pennisi. «Conosciuto dove, in che circostanza, per quale motivo?», risponde il testimone. «In generale». «No». «Ma Matteo Messina Denaro lei lo conosce o non lo conosce?», riprende Fanara. Qualche secondo di silenzio. «No», risponde secco Vito Nicastri.


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