Giornalisti libici che hanno incontrato ostaggi italiani «Un vostro intervento militare darà più spinta a Isis»

Nelle ultime 48 ore l’Italia ha conosciuto Sabratha, la cittadina libica fondata dai Fenici che si trova a ovest della capitale Tripoli, teatro prima dell’uccisione dei due ostaggi italiani – il siracusano Salvatore Failla e il sardo Fausto Piano – e poi della liberazione di Filippo Calcagno, di Piazza Armerina, e di Gino Pollicardo. In entrambi i casi i primi a dare le notizie sono stati i giornalisti libici riuniti nella ong Sabratha media center, un centro di documentazione che ogni giorno sul suo sito e sulla sua pagina Facebook pubblica articoli, foto e video, spesso di quelli che in Italia sono preceduti dalla scritta «queste immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità». Frame che in questa parte della Libia su cui soffiano venti di guerra rischiano di diventare quotidianità. Il gruppo si professa «moderato» e teso alla «costruzione di uno stato di diritto e delle istituzioni, superando l’ottica tribale e puntando su quello che unisce tutti i libici». «Trasparenza, credibilità e obiettività sono il faro di tutte le nostre pubblicazioni», scrivono.

Qual è la situazione al momento a Sabratha?
«La situazione adesso è molto migliorata dal punto di vista della sicurezza, le persone cominciano a tornare ai lavori e alle abitudini quotidiane, con qualche problema per la disponibilità di soldi dalle banche e per i prezzi alti».

Che significa essere giornalista lì in questo momento?
«Noi lavoriamo in coordinamento con il ministero degli Affari esteri della regione occidentale della Libia (il governo di Tripoli ndr). Non siamo gli unici giornalisti della regione, ma la capacità di essere presenti sul luogo degli eventi ci rende i più attendibili di fronte ai lettori».

Come sono stati liberati i due ostaggi italiani? Dove li avete incontrati e come stanno? 
«I due italiani stanno bene, come si vede dal video che abbiamo pubblicato. Non sappiamo in che modo esattamente sono arrivati alle autorità competenti, ma sicuramente hanno avuto un ruolo i ribelli che hanno fatto irruzione nel rifugio che si trovava nella parte Sud di Sabratha».

Cosa pensate della possibilità di un intervento militare internazionale a guida italiana in Libia?
«In generale a nessuno in Libia piace l’idea di un’interferenza straniera, soprattutto se si tratta di Italiani, visti i precedenti storici. Crediamo che un intervento militare non sia la soluzione alla crisi libica, ma darà solo più spinta e più motivazioni all’espansione dei gruppi militanti e spingerà molti giovani verso questi gruppi. L’unica soluzione può venire dagli stessi Libici, senza operazioni straniere che hanno il supporto di alcuni partiti politici».

Quanto e dove si estende l’Isis in Libia?
«L’Isis è un’idea. Nessuno sa dove si trova un’organizzazione specifica, al momento può essere ovunque. Cominciano con delle cellule dormienti in aree remote e nascoste e poi penetrano a poco a poco nelle città, come abbiamo imparato in questi giorni a Sabratha. In pratica la loro tattica cambia in base al Paese in cui si trovano».

Secondo voi è ancora possibile eliminare la presenza di Isis in Libia? Come?
«È assolutamente possibile eliminare l’Isis, perché la Libia non è un ambiente adatto per la sua diffusione, ma come già detto, l’intervento militare dall’esterno potrebbe invece diventare la ragione di una sua espansione, a seguito del rifiuto della popolazione di accettare invasori. I libici hanno già combattuto Isis a Derna e Sabratha e hanno vinto senza l’aiuto di nessuno, grazie alla determinazione della gente che vive in queste città ribelli».


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