Gela, dal governo nazionale 20 milioni per le bonifiche Soldi risalenti al 1995, finora spesi solo cinque milioni

Tempo di bilanci, a Gela, dopo la conferenza dei servizi che ieri che si è tenuta a Roma e che riguardava le bonifiche. Il risanamento ambientale del territorio passa da due tipi di interventi: quelli pubblici, soprattutto quelle ricadenti nel Sito d’Interesse Nazionale, e quelli privati all’interno del perimetro industriale. 

Per le bonifiche in aree pubbliche il governo nazionale ha confermato 20 milioni di euro di trasferimenti alla Regione Siciliana. Non si tratta di nuovi stanziamenti, ma di quelli risalenti al Piano di Risanamento Ambientale datato 1995. Vent’anni si parlava ancora in lire, e per Gela l’allora ministro dei Lavori Pubblici e dell’Ambiente Paolo Baratta aveva decretato 40 miliardi per un totale di 47 interventi, di cui 14 a carico delle aziende e 33 a carico dello Stato. Di quei soldi, al tavolo romano di ieri, si è appurato che finora la Regione siciliana ne ha spesi per progetti di bonifica appena 5 milioni.

«I quasi 15 milioni utilizzabili – ha spiegato il vicesindaco Simone Siciliano – saranno impiegati, ad esempio, per le discariche Cipolla e Marabusca. Da parte sua l’amministrazione comunale emetterà a giorni un’ordinanza di interdizione totale dell’area che verrà delimitata con strutture amovibili, impiegando risorse regionali». Cipolla e Marabusca sono discariche di idrocarburi a cielo aperto che si trovano una in piena zona agricola della piana di Gela e l’altra nella zona periferica nord dell’area industriale, con vista sulle ciminiere. Su questi siti, dove capita di vedere persino pascolare le pecore, negli anni si sono sommate le denunce delle associazioni ambientaliste. Tra i più attivi c’è sicuramente Emilio Giudice, responsabile locale della Lipu. «La recinzione non impedirà certo all’inquinamento di continuare a diffondersi – dice -. Ci vuole un progetto di messa in sicurezza: isolare l’area in primis, poi monitorare la falda acquifera e in seguito ripristinare l’area, ad esempio insediando alberi e boschi». 

Giudice però, presente alla Conferenza dei servizi in qualità di direttore della riserva naturale del Biviere, si mostra scettico anche sulla possibilità che i fondi vengano effettivamente sbloccati. «Bisogna verificare se quei soldi a cui si fa riferimento e che sono di tanti anni fa, ci sono ancora. E poi bisogna vedere se questa sarà la volta buona che verranno dati». Il vertice fiume, durato sette ore con un lungo elenco di punti all’ordine del giorno, si è concentrato anche sulla rimozione del relitto della motonave New Rose. L’imbarcazione è incagliata dal 1991, a seguito di un violento nubifragio, sul molo di ponente del porto rifugio di Gela, il cosiddetto pontile dell’Eni. L’occasione sarà propizia per sottoporre il porto rifugio a interventi di dragaggio, di rinforzo e di ripristino funzionale. Finora invece lo scalo malconcio ha impedito ad Eni di trasportare nel proprio perimetro le due camere coke che sono parcheggiate da tre anni nel porto della città. 

Per quel che riguarda invece le aree che non ricadono nel Sito di Interesse Nazionale, la Regione ha annunciato a giorni la conclusione di alcuni dei procedimenti autorizzativi. Altrimenti le suddette aree potrebbero rientrare nella nuova riperimetrazione del Sin, dunque diventare di competenza ministeriale e non più regionale. «Ma chi propone la ripetrimetrazione del Sin è la Regione, come ha chiarito all’incontro il ministero – ricorda Giudice -. Serve una delibera di giunta». L’ultima annotazione vale per le bonifiche relative ai siti di Versalis, la società che si occupa di chimica e che Eni vuole dismettere. Per tutti gli altri procedimenti in itinere, che riguardano progetti di caratterizzazioni e di bonifiche relative a suoli e falde, questi dovranno essere chiusi in 60 giorni. 

Il ministero dell’ambiente ha poi promesso procedure d’urgenza che impongono tempi estremamente contenuti. Anche qui però Giudice rimane caustico. «Una tempistica in queste conferenze viene sempre data – conclude Giudice -, ma i tempi certi si sono ottenuti solo sulle aree industriali private, poi bisogna vedere se Eni rispetta le scadenze».


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