Fiscal compact 2: addio democrazia

In realtà, l’approvazione del Fiscal Compact sembrerebbe piuttosto essere il primo passo verso l’Unione fiscale (anche questo mai richiesto né ratificato da alcun consenso ufficiale). Il riequilibrio di bilancio che il Fiscal Compact prevede, infatti, si limita a imporre nuovi principi per la governance dell’economia europea, senza garantire lo sviluppo e il controllo democratico delle scelte fatte a livello europeo e, per di più copn conseguenze Stato per Stato decisamente gravi.

Ad esempio, l ‘Italia dovrà far sì che l’indebitamento strutturale, depurato del ciclo economico, non superi lo 0,5% del Pil con lo scopo di portare il proprio debito al 60% del Pil (oggi è al 120%) entro il 2033. Queste prescrizioni, in un’economia in crescita, potrebbero anche essere accettabili, ma in una situazione di recessione come quella italiana (come rilevato anche da Il Sole 24 ore), non avranno altro effetto che aggravarla.

L’adesione a questa direttiva renderà impossibile intraprendere una politica fiscale capace di stimolare la domanda. Anzi, significherà condannarsi ad una rigidità ulteriore di politica economica che andrà ad aggiungersi a quella del cambio fisso dettato dalla moneta unica. L’Italia, che, è bene ricordarlo, è la prima nazione al mondo per pressione fiscale, grazie alle decisioni del sig. Monti, si è impegnata, con la complicità di tutti, nessuno escluso, a sostenere 50 miliardi di euro all’anno di tasse e tagli per i prossimi 20 anni (bel regalo di Natale).

Grazie al Fiscal Compact, il nostro Paese dovrà rispettare parametri fiscali sempre più rigidi e stringenti, rinunziando ad ogni possibile spazio di manovra, e sarà costretto a imporre agli italiani, per vent’anni quindi per un periodo abbastanza lungo, un regime di austerità mai visto prima: sarà necessario ridurre ancora di più salari, stipendi e prestazioni del Welfare, aggravare le condizioni di vita delle classi sociali medio-basse, e introdurre nuove tasse.

Di fatto, il prezzo imposto dall’Europa diventerà una vera e propria macelleria sociale: tagli dappertutto, dalla sanità alla scuola, dall’università ai trasporti. Queste imposizioni, a prima vista positive, comporteranno, in realtà, tagli alle pensioni, agli stipendi, alla sanità, all’educazione, l’aumento tasse: in poche parole porteranno il nostro Paese alla recessione ed al conseguente impoverimento.

Nell’ottobre del 1929, il crollo della Borsa di New York creò una situazione di crisi senza precedenti che ebbe ripercussioni politiche devastanti. Per porre fine al periodo di crisi che ne nacque, tra il 1933 e il 1938 il presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, propose un piano di risanamento, meglio conosciuto con il nome di New Deal (nuovo corso), che consisteva in un preciso intervento dello Stato a favore delle condizioni di vita del cittadino. (a destra, foto tratta da controlacrisi.org)

Roosevelt, circondato da un gruppo di esperti, il cosiddetto brain trust (l’accordo dei cervelli), varò una serie di leggi e di iniziative per stimolare la ripresa produttiva. L’Emergency Banking Act istituì ispezioni governative sull’operato delle banche e la creazione di un fondo federale a tutela degli utenti, nel tentativo di rilanciare la fiducia della gente nei confronti degli istituti di credito. Numerose disposizioni nel campo dell’edilizia favorirono il rilancio del settore attraverso l’istituzione di sussidi e programmi di edilizia popolare gestiti da una Federal Housing Administration. L’Agricultural Adjustment Act attivò una serie di meccanismi per favorire la crescita dei prezzi dei prodotti agricoli e il National Industrial Recovery Act (NIRA) varò due programmi per garantire un’equa competizione di mercato.

Anche il nostro Paese ha deciso di adottare una sorta di brain trust, facendo ricorso ad un governo costituito da esperti, solo che i nostri tecnici pare abbiano dimenticato gli insegnamenti della storia più recente: il Governo Monti sta facendo l’esatto opposto di ciò che la storia ha insegnato, adottando scelte che potrebbero portare l’Italia non ad un periodo di difficoltà, ma al default (il termine italiano non voglio neanche pronunciarlo).

Con l’approvazione definitiva della Camera, il Parlamento, sebbene con una maggioranza risicata (360 si, 65 no, 65 astenuti mentre gli assenti erano 103 e in missione 27), ha ratificato i trattati europei sul Fiscal Compact.

A dimostrare la gravità della situazione, va rilevato che nessuno, media e forze politiche di ogni ordine e grado inclusi, ha speso una parola sulle conseguenze dell’approvazione del Fiscal compact che, di fatto, comporta la modifica della Costituzione e, in particolare, dell’articolo 81. Inoltre, porterà alla creazione di un organismo indipendente formato da sole tre persone che saranno incaricate dell’analisi e della verifica degli andamenti di finanza pubblica e dell’osservanza delle regole di bilancio superando di fatto tutti i soggetti già a tale scopo preposti.

Secondo Giuseppe Guarino, professore emerito di Diritto amministrativo alla Sapienza di Roma e già ministro delle Finanze e dell´Industria, il Fiscal Compact, non essendo un accordo ratificato dall’Unione Europea, ma un semplice accordo tra Stati (sebbene chiesto esplicitamente dal Presidente della BCE, Mario Draghi, nel suo discorso al Parlamento Europeo il 1° dicembre 2011) non può vantare la titolarità che solo l’approvazione del Parlamento Europeo può concedere. Pertanto, esso sarebbe addirittura illegittimo, secondo gli stessi Trattati europei: “Il Fiscal compact si è proposto di modificare i trattati vigenti ma eludendo gli ostacoli derivanti dai suoi vincoli procedimentali”.

Inoltre, cosa questa che mina alla radice la stessa democrazia rappresentativa, è che a decidere le politiche fiscali non saranno più le rappresentanze elette, ma la tecnocrazia della BCE e dei governi riuniti in consiglio con la (eventuale) collaborazione della Commissione e del Vertice Euro, ovvero di persone non elette democraticamente, ma scelte non si sa da chi e non si sa perché (visti i risultati ottenuti sino ad ora). Infatti, saranno questi organismi, seguendo le procedure definite dal Patto Euro Plus e i parametri indicati dal Six Pack, a decidere “la sostenibilità delle finanze pubbliche” dei Paesi membri per garantire, anno dopo anno, il consolidamento fiscale. (a destra, foto tratta da idiotaignorante.wordpress.com)

Passo dopo passo, e senza che gli italiani se ne rendano conto, in questo modo si stanno costruendo le basi per un controllo dei singoli Stati non più basato su principi democratici, ma sotto il profilo economico e politico.

 

 

 

 

 

 


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In realtà, l’approvazione del fiscal compact sembrerebbe piuttosto essere il primo passo verso l’unione fiscale (anche questo mai richiesto né ratificato da alcun consenso ufficiale). Il riequilibrio di bilancio che il fiscal compact prevede, infatti, si limita a imporre nuovi principi per la governance dell’economia europea, senza garantire lo sviluppo e il controllo democratico delle scelte fatte a livello europeo e, per di più copn conseguenze stato per stato decisamente gravi.

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