Chuck Berry 80 candeline rock

“Se volessimo dare un altro nome al rock n roll dovremmo chiamarlo Chuck Berry”. La frase di John Lennon enfatica ma efficacissima, incarna nel compositore, cantante e chitarrista nero –  che il 18 ottobre compie 80 anni – l’essenza del genere musicale che fu la colonna sonora della “rivoluzione” giovanile partita dagli Usa negli anni Cinquanta.

Il papà del rock

Intediamoci, in quella rivoluzione musicale Berry era in buona compagnia: Elvis, Buddy Holly, Little Richard e Fats Domino, Jerry Lee Lewis o Eddie Cochran ne sono protagonisti altrettanto validi. Come lui furono idoli di milioni di teenagers e traghettarono la “musica del diavolo”, i suoi ritmi e le sue conturbanti suggestioni verso il pubblico bianco, le radio e quindi le classifiche pop con eccellenti risultati sul piano stilistico. Chuck Berry tuttavia, fu più di tutti un maestro. La sua lezione è stata appresa dagli Stones, dai Beatles e da dozzine di rockstar. Il suo celeberrimo riff iniziale (quello che trova la massima espressione in Johnny B. Goode) e la ritmica della chitarra caratterizzano uno stile originale che ha costituito un ‘punto di appoggio’ per l’evoluzione del rock nei decenni successivi. La sua influenza sull’uso delle armonie nella chitarra rock è stata decisiva per i più celebrati chitarristi: John Lennon, Keith Richard, Eric Clapton, Jimmy Page o Jimi Hendrix gli devono certamente qualcosa. Dal vivo o su disco ufficiale, dai Doors a Dylan a Bruce Springsteen, dallo stesso Elvis ai rappers, dagli Iron Maiden ai Beach Boys o i Beatles o David Bowie, praticamente chiunque ha reso omaggio a Chuck Berry.

Il poeta del rock

Un’altra chiave del successo di Chuck Berry fu la sua dote di autore di versi, tanto da essere definito il primo “poeta” del rock. Non erano ancora i tempi per la protesta politica sociale (Woody Guthrie rimane un gigante isolato) e nemmeno per la produzione di testi più compiutamente vicini alla poesia, come sarebbe stato, nel decennio successivo, grazie a Bob Dylan. Chuck Berry introduce un metodo nell’uso delle rime, utilizza un vocabolario ricco e rappresenta, con sorprendente sintesi, bisogni, aspirazioni e sentimenti della nascente “gioventù ribelle” che il cinema americano, nello stesso tempo, va raccontando al mondo intero. Il viaggio, la sperimentazione, l’insofferenza generazionale, la ricerca di nuovi valori condivisi, l’affermazione della “rock and roll way of life” sono tra i semi dominanti. Così, il racconto, autobiografico di Johnny B. Goode che trova la strada giusta perchè ha saputo rischiare l’avventura; i mille fastidi di ogni giorno sulla strada di un ragazzo descritte in “Too much monkey business” (“troppe rotture di scatole”) o l’insofferenza in classe aspettando soltanto la campanella liberatoria di “School days”; l’evasione della quotidianità e la ricerca di libertà espresse, anche con doppi sensi, in “Sweet little sexteen” e in “Rock and roll music”. Temi poco edificanti, addirittura “pericolosi” veicolati da una popolare rockstar nera, veramente ribelle e dallo stile di vita non convenzionale. Siamo nella seconda metà del anni 50: per certa borghesia e parte della Chiesa il rock and roll è visto come una musica che “minaccia le menti dei ragazzi” e per qualche ultraconservatori del Sud ” mette i bianchi allo stesso livello dei neri”. Oggi possiamo anche riderci sopra. I reality shows o le canzoni dei Guns ‘n Roses o Marylin Manson distano migliaia di secoli. Sembra incredibile, ma in Alabama o in Mississipi agiva, eccome, il KKK; i neri non vincevano nè medaglie d’oro nè erano i campioni dello sport che sono oggi; le Università non erano aperte a tutti. Il R ‘n r è una ventata troppo difficile da accettare: non è bene che nelle buone famiglie si ascolti quella roba impostata su ritmi frenetici, pretesto per balli quasi tribali, con testi quanto meno equivoci e troppo imparentati con la scala musicale dei “race records”.

La rivoluzione

Ad ogni modo, con Elvis Presley e Chuck Berry, grazie anche alla radio, tra il 1955 e il 1959 si compie una sorta di rivoluzione: culturale in buona parte, assoluta sul piano musicale. Ma nel biennio 1963-64 prende corpo un’altra rivoluzione musicale. E’ il beat. La guidano gli allievi più bravi di Chuck Beery: i Rolling Stones e i Beatles. La “British invasion” ripropone stili nuovi e coinvolgenti, che si evolvono dal rock n roll, cui si ispirano, e fanno mutare i gusti della gioventù in tutto il mondo, Usa inclusi. In quegli anni Elvis ha già cambiato nettamente atteggiamento, mentre l’industria discografica va mutando orientamento e strategia di prodotto. Anche Barry viene “travolto” dal nuovo stile rock. Nel 1964 ha appena finito di scontare due anni di galera ma ha comunque potuto lasciare altri brani diventati classici come “Memphis”, “Nadine” o “You never can’t tell” che però non aggiungono nulla al suo stile e alla sua geniale capacità di compositore. Da quel momento Chuck Berry, ricchissimo, famosissimo e idolatrato comincia il lungo viaggio nel suo stesso. Mito. Le rockstars inglesi, che lo hanno riconosciuto come fronte di ispirazione se lo contendono in Europa. Per lui inizia la lunga stagione di rappresentazione di se stesso che non si è più fermata. Pubblica almeno altri cinquanta lp che per il 95% sono live, riproposte, antalogie e riedizioni dei suoi grandi classici. I suoi concerti sono spettacolo spettacolo e energia. Lo ricordano i fans siciliani nel 1990 a Palermo e lo ricordano, in forma smagliante, a 79 anni, gli spettatori che lo hanno applaudito l’anno scorso al Pistoia Blues Festival. Colui che fu il grande Innovatore ha autoalimentato la propria leggenda per vecchi e nuovi fans: suonando sempre “Johnny B. Goode”, facendo sempre il passo dell’oca, puntando sempre la sua Gibson in avanti anche se, onestamente, guardando sempre indietro.


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