Caso Scieri, la giornata della verità per Emanuele «Oggi Lele ha finalmente lasciato quella caserma»

«Giustizia per Emanuele». Una scritta in stampatello blu e rosso su uno striscione bianco che risale al settembre del 1999, appena un mese dopo la morte del militare siracusano all’interno della caserma Gamerra di Pisa. È il simbolo di quasi vent’anni di resistenza dei familiari e degli amici del comitato Verità e giustizia per Lele, nato in quello stesso anno per «difendere la memoria e raggiungere la verità. Oggi – dice il presidente Carlo Garozzo – possiamo dire di aver mantenuto fede all’impegno che avevamo preso». 

Oggi, infatti, quello striscione sovrasta il palco della sala piena dell’Hurban center di Siracusa dove si tiene l’incontro pubblico per illustrare la svolta sulla vicenda del parà Emanuele Scieri: tre suoi ex commilitoni indagati per omicidio volontario, Alessandro Panella, Andrea Antico e Luigi Zabara. Quest’ultimo autore del libro Coscienza di piombo che racconta, come si legge nella quarta di copertina, «la storia di quattro personaggi e cerca di sottoporre all’attenzione del lettore diversi temi come la guerra, il bullismo, il razzismo, l’ipocrisia sociale, i rapporti familiari, l’insegnamento, il lavoro e soprattutto il rimorso». Stando alla descrizione nel romanzo «i protagonisti commetteranno degli errori irreversibili. Come si può continuare a vivere la propria vita in maniera normale – si chiede l’autore – dopo aver commesso il più tremendo degli sbagli?»

«Si apre uno spiraglio – sono le poche parole della mamma di Emanuele, Isabella Guarino – E arrivare alla verità è giusto, in primo luogo, per mio figlio e per tutta la società civile. Questa è una bella giornata soprattutto per Emanuele». A tornare al passato per legarlo con il presente è, da una parte, Sofia Amoddio che è stata presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del militare e, dall’altra, Carlo Garozzo lo storico amico di Lele e presidente dell’associazione. «Quando noi perdevamo le speranze – dice Francesco, il fratello di Emanuele – gli amici hanno continuato a crederci». Anche lui, come la madre, non è di molte parole ma ci tiene a precisare che «la verità ci è stata negata fin dal primo giorno, ci siamo accorti subito della volontà di alcuni di denigrare mio fratello senza conoscerlo. Mio papà – afferma emozionato mentre parla del padre scomparso anni fa – diceva sempre “se fosse successo qualcosa al cagnolino di uno dei pezzi grossi avrebbero trovato subito la verità”». Il corpo di Emanuele è stato ritrovato tre giorni dopo la morte, avvenuta all’interno della caserma in cui era arrivato poche ore prima. «Sono in molti a essere stati cattivi con mio fratello e, senza la determinazione anche di Sofia Amoddio nell’affrontare quelle bestie, non saremmo riusciti a scalfire il muro di omertà». 

Settantasei persone ascoltate in cinquantuno sedute, seimila pagine di documenti prodotti dalla commissione che hanno portato alla riapertura delle indagini da parte della procura di Pisa. «Non si può parlare di un cold case – precisa Amoddio – perché nel nostro lavoro abbiamo ripreso quanto già acquisito negli atti del 1999 dalla magistratura che aveva indagato senza, però, estrapolare nulla». All’epoca, il pm che condusse le indagini aveva prospettato due possibili scenari: una prova di forza del parà con se stesso oppure un atto di bullismo senza correlare vari elementi fra loro. Arriva così l’archiviazione. «Durante le audizioni abbiamo sconfessato la bugia sul fatto che le reclute appena arrivate non si toccavano – ripercorre l’onorevole – abbiamo ricostruito che sotto la torretta dove è stato trovato il corpo di Emanuele si spacciava droga e che le indagini erano state inquinate». Altri elementi che avrebbero potuto essere validi anche all’epoca riguardano le ferite sul corpo di Emanuele. «Da quella al polpaccio è chiaro che fosse senza pantaloni e – aggiunge – aveva anche la maglietta alzata ma, su questo, non posso aggiungere altro perché è ancora oggetto di indagine». 

Mentre viene ricostruita la vicenda di Lele, il riferimento a Tony Drago è inevitabile. «Ai tempi di oggi non avverrebbero cose così? E invece – ricorda Amoddio – appena tre anni fa è accaduto a un altro giovane siracusano all’interno di una prestigiosa caserma». La Sabatini di Roma, dove il caporale è stato trovato morto la mattina del 6 luglio del 2014. «Noi siamo stati additati come folli e visionari – dice l’amico Carlo – ma siamo riusciti in quello che sembra un miracolo. In questi anni abbiamo imparato ad attendere e, adesso, auspichiamo che si arrivi ad accertare tutte le responsabilità, anche di chi aveva gradi più alti degli attuali indagati. Quando si arriverà a processo – dichiara – noi ci costituiremo parte civile per continuare a raccontare la nostra storia di amicizia e di sani principi. Finalmente forse Emanuele sta abbandonando quella caserma grazie a un lavoro in sinergia: la famiglia Scieri è stata il cuore, la nostra associazione lo stomaco, la commissione la testa e la procura oggi rappresenta la schiena, quella dritta». 

Leggi il dossier sul caso di Lele Scieri


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