Camilleri racconta il suo Montalbano «Schifoso ricattatore, gli devo il successo»

Un bagno di folla per il papà del commissario Montalbano, lo scrittore empedoclino Andrea Camilleri, ospite d’eccezione di “Una marina di libri“, la fiera dell’editoria indipendente ospitata fino al 7 giugno nel complesso di Sant’Anna a Palermo, sede della Galleria d’arte moderna.
L’occasione per illustrare la sua ultima fatica, “La giostra degli scambi“, l’ennesimo capitolo della lunghissima saga del poliziotto interpretato sullo schermo dall’attore Luca Zingaretti, amatissimo dal pubblico, ma che, per lo scrittore quasi novantenne – Camilleri compie gli anni a settembre -, era solo di una parantesi, perché mai si sarebbe aspettato «un simile colpo di fortuna». Camilleri, infatti, si dice «sposato con i romanzi storici», la sua vera passione mentre Montalbano è quasi «un’amante noiosa» con il quale doveva avere solo due «incontri»: “La forma dell’acqua” e “Il cane di terracotta“.

«Scrissi il secondo per dare compiutezza al personaggio – spiega -, quando Elvira Sellerio me ne chiese un terzo in un primo momento mi rifiutai. Poi mi sono convinto perché in un anno Montalbano ebbe la forza di portare i miei romanzi da 100 mila a 800 mila copie». Un debito verso il personaggio che porta Camilleri a definirlo uno «schifoso ricattatore», perché «a lui devo il fatto che i miei romanzi ancora oggi dopo 20 anni sono in catalogo. Non pensavo di scrivere di un personaggio così fortunato, ho scritto di un anti-eroe, di un borghese da invitare a pranzo e mai avrei pensato di avere respiro narrativo per venti romanzi».

Impossibile, parlando dei romanzi di Camilleri, non soffermarsi sulla lingua utilizzata dallo scrittore, una prosa bastarda figlia del connubio tra italiano e dialetto. Una sfida su cui in pochi avrebbero scommesso, e che invece si è rivelata una delle caratteristiche vincenti della sua narrativa. «Ogni volta che scrivo una particolare scena – sottolinea – mi sforzo di unire dialetto e lingua in modo che la parola abbia il peso di quello che sto raccontando: se racconto un fatto di sangue la parola deve avere il peso del sangue. Ricorro a questa sorta di dialetto per raggiungere questo obiettivo. Ad ogni buon conto, quando scrivo una pagina sento la necessità di sentirne il ritmo, se avverto delle cadute, degli ingorghi mi blocco e ricomincio daccapo. A volte, quando proprio non riesco, ricorro a dei sotterfugi, ma mia moglie se ne accorge subito e sono costretto a riscrivere la pagina».
E a proposito del ritmo e del respiro di un romanzo, Camilleri racconta che le avventure di Montalbano hanno un lunghezza che si ripete, uno spazio che si esaurisce in diciotto capitoli. «Se il romanzo funziona – dice – rientra in questa mia metrica di 180 pagine. Se non sento questo ritmo formale, compiuto, vuol dire che qualcosa non funziona, questo ci dice che il romanzo obbedisce a delle regole metriche e matematiche».
Camilleri non si sottrae alle domande e spiega pazientemente il modo in cui trae ispirazione dalla realtà per dare forma concreta alla sue fantasie. «Purtroppo – confessa – sono privo di fantasia e ho bisogno di un dato reale, magari un fatto di cronaca nera caduto nel dimenticatoio. Ad esempio, La forma dell’acqua nasce da un fatto accaduto molti anni prima, quando un uomo nel viterbese fu trovato seminudo nella sua auto e si scoprì che fu portato lì dall’amante. Per i romanzi storici a volte mi basta una frase, un dato, un documento reale. Ne “Il re di Girgenti“, ad esempio, i documenti storici che cito sono tutti dei falsi, li ho scritti io tutti, nel linguaggio dell’epoca».

Infine, immancabile l’omaggio allo scrittore che è sempre stato il suo maestro, l’esempio da seguire. Ovviamente il riferimento è al commissario Maigret, la creatura dello scrittore francese Georges Simenon. «Quando è nato Montalbano è arrivato l’incombente peso di differenziarlo da Maigret. Quindi ho cercato di trovare delle differenze tra i due personaggi: Maigret felicemente sposato mentre Montalbano un eterno fidanzato. Ovviamente le similitudini non mancano, entrambi amano mangiare».

Spesso Çamilleri, nel riferirsi al personaggio, si confonde e parla di Maigret e Simenon come fossero la stessa cosa. «Questa sovrapposizione tra il personaggio e l’autore – riflette accorgendosi dell’equivoco – non può ripetersi nel mio caso perché Montalbano è ben distinto da me. Mia moglie, in realtà, si è accorta che lui ha delle caratteristiche di mio padre. È vero, comunque, non siamo opposti: se lui è leale non vuol dire che io non lo sia ma siamo diversi».


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