Grande Cretto di Alberto Burri

Belice: «Stop retorica», l’ira dei sindaci e la sfida Gibellina

Stop alla retorica sul terremoto del Belice e sui troppi ritardi e attese deluse di un vasto territorio. Nei giorni del 58esimo anniversario del disastroso sisma della notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, a chiederlo, a nome dei primi cittadini della Valle, è il sindaco di Poggioreale, Carmelo Palermo.

«Spesso le ricorrenze, sopraffatti dalla memoria della tragedia, ci espongono al rischio della retorica, ed è per questo che bisogna riscrivere un’agenda delle priorità che prospetti soluzioni piuttosto che la lagnanza delle occasioni mancate. Ci sono, purtroppo, e non da ora, emergenze e problemi irrisolti, ai quali rischiamo, fatalisticamente, di abituarci: crisi idrica, inefficienza delle infrastrutture, progressivo deprezzamento dei prodotti agricoli e conseguente abbandono delle campagne, viabilità e trasporti precari, costi dell’energia abnormi nonostante l’aumento vistoso di parchi eolici e fotovoltaici, sanità inadeguata, spopolamento dei paesi».

Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026

Il Belice, tra l’altro, vanta un notevole patrimonio naturalistico, paesaggistico e architettonico monumentale, ma, avverte, «non possiamo vivere di autocompiacimento se non riusciamo a tradurre la bellezza in qualcosa che produce economia reale».  È un processo che i Comuni «non possono affrontare singolarmente». Domani ci sarà la cerimonia inaugurale di Gibellina, Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026, col ministro alla Cultura Alessandro Giuli, e la sfida è che sia parte di un processo trasformativo di una più vasta area, accompagnato da più livelli delle istituzioni e degli attori sociali ed economici. E diversi momenti di memoria sono previsti anche in centri come Montevago, Salaparuta e Partanna».

Il progetto di rigenerazione urbana del centro storico, ad esempio, di Poggioreale e Gibellina «sono, in tal senso, due grandi opportunità. Sarebbe un errore – prosegue Palermo – pensare di affrontare questo stato di cose con spirito municipalistico. E lo dico da sindaco di un comune di meno di 3 mila abitanti. Occorre un’azione corale in cui Stato, Regione e Comuni agiscano congiuntamente. Non è una polemica, ma un auspicio. Del resto, sono priorità che rappresentano il presupposto per qualsiasi concreta prospettiva di sviluppo economico».

Il disastroso sisma del 1968

Nel 1968 l’Italia subì la prima grave emergenza del dopoguerra. Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio un violento terremoto di magnitudo 6.5 colpì la Sicilia occidentale e, in particolare, le province di PalermoTrapani e Agrigento. La Valle del Belice fu devastata. Gibellina, Montevago, Poggioreale e Salaparuta sono rase al suolo. Gravemente danneggiate anche Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi e Santa Margherita del Belice. Il bilancio è pesantissimo: 296 persone perdono la vita, oltre mille restano ferite e quasi 100mila sono senza casa. La catastrofe mette in luce anche la fatiscenza delle abitazioni, che non reggono alle scosse. Il patrimonio edilizio rurale subisce danni irreparabili, con ripercussioni gravi sull’economia quasi esclusivamente agricola del territorio. Inizia così un lungo periodo sismico che si conclude un anno più tardi, nel febbraio del 1969.

Innumerevoli le scosse, le più forti delle quali tra il 14 ed il 25 gennaio 1968 quando – con le squadre di soccorritori ancora a lavoro tra le macerie – una violenta replica provoca la morte di un vigile del fuoco e ulteriori danni tra Palermo e Sciacca. La difficile gestione dell’emergenza, i ritardi nei soccorsi, le persone senza casa costrette all’emigrazione: il terremoto del Belice segna pesantemente la storia italiana del dopoguerra e migliaia di famiglie vedono la propria vita cambiare per sempre. Dopo i primi drammatici mesi, i terremotati del Belice arrivano a Roma per far sentire la propria voce e la parola è una sola: ricostruzione.

Il 2 marzo del 1968 terremotati e studenti si incontrano in Piazza Colonna, davanti al Parlamento, e chiedono al presidente del consiglio Aldo Moro una legge ad hoc per lo sviluppo della valle del Belice. Quella del Belice sarà una ricostruzione molto lunga, i centri abitati saranno spostati in luoghi distanti da quelli colpiti dal terremoto senza tenere realmente conto delle esigenze di vita e di lavoro degli abitanti del luogo.

Arte come rinascita. Gibellina capitale

Tuttavia, grazie anche al momento storico di grande fermento umano e culturale, il Belice diventa un laboratorio a cielo aperto e la stessa città di Gibellina – Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026 – è ricostruita a partire dal contributo di intellettuali e artisti come Sciascia, Consagra, Schifano, Pomodoro, Paladino. Il Grande Cretto di Alberto Burri è un simbolo potente di questo intervento. L’opera contemporanea, tra le più estese al mondo, sorge sulle macerie di Gibellina che l’artista congela con il cemento. Una veste bianca, che copre e al tempo stesso protegge la città distrutta dal terremoto e la memoria della sua gente. Oggi la sfida resta in gran parte da affrontare.


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