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Cartellonistica, tra ordini annullati e pagamenti anticipati
«Politica e Stato ci usano da secoli, ma ora ci schifìano»

È l'effetto domino del lockdown: se le aziende sono in crisi e la gente sta in casa, a pagarne le conseguenze è chi vive della pubblicità all'esterno. Dalle richieste inascoltate ai timori per la novità del contributo unico, parla l'associazione di categoria Aicap

Claudia Campese

Cos'hanno in comune sexy shop, sale di toeletta per gli animali e aziende di cartellonistica pubblicitaria? Proprio niente. O meglio, se le prime due rientrano tra le categorie forse più curiose ad avere richiesto aiuti pubblici durante il lockdown, «il settore della pubblicità esterna è stato proprio dimenticato», sorride amaramente Angela Pirrone, avvocata messinese trapiantata in Lombardia e direttrice generale di Aicap, associazione aziende italiane cartelli e arredi pubblicitari. Non proprio un settore marginale, se si considera che dai classici cartelloni per strada alle immagini sui mezzi pubblici o sui palazzi si tratta di un comparto con quasi duemila imprese in Italia, più di 40mila persone occupate tra aziende e indotto, un fatturato annuo di oltre quattro miliardi di euro e 500 milioni di contribuzione. E se l'assenza di aiuti ha fatto di certo arrabbiare, lo sguardo preoccupato degli addetti ai lavori va al 2021 e oltre, quando sarò complicato non solo recuperare il lavoro perso, ma anche programmarne di nuovo a causa della riforma della riscossione dei tributi prevista per il settore.

«Nella nostra realtà per lavorare bisogna anticipare dei soldi: dagli oneri dovuti ai Comuni alle spese fisiche di grafica, carta e stampa - spiega Angelo Caruso, titolare dell'azienda di affissioni catanese Job Creation - Per noi la chiusura delle attività significa solo disdette dei contratti di pubblicità a fronte di spese che restano da pagare». Prima di arrivare alle lamentele, il settore ha provato la strada delle proposte. Almeno due, da marzo: l'inserimento, ormai sfumato perché scaduto a settembre, della categoria nel bonus Pubblicità (ossia il credito d'imposta previsto solo per gli investimenti sui radio, tv e giornali, di carta e online) e una rimodulazione di quanto dovuto ai Comuni. Nello specifico, due oneri da pagare anticipatamente a inizio anno: un'imposta di base per l'attività più il canone di occupazione del suolo pubblico per i cartelloni. «Nei grandi centri, di solito la spesa viene divisa in quattro rate: la prima, a gennaio, era già stata pagata dalla maggior parte delle aziende ignare di quello che sarebbe successo dopo - racconta Pirrone - la seconda, a marzo, è arrivata in piena crisi». 

Davanti alla richiesta di una rimodulazione delle tariffe - eliminando almeno la libera percentuale aggiunta dai Comuni, con un rincaro massimo del 50 per cento, alla base stabilita dallo Stato - il silenzio è stato assordante. «Su 50 Comuni siciliani in cui noi abbiamo impianti e a cui abbiamo scritto diverse email di posta certificata, solo uno ha risposto, proponendo di fare saltare una rata», spiega Caruso. Eccetto a Bari, «a livello nazionale - aggiunge Pirrone - la maggior parte degli enti locali ha contro-proposto uno slittamento delle scadenze, con la logica conseguenza di trovarsi ingolfati di pagamenti a fine 2021». Senza nemmeno poter programmare il lavoro e i suoi costi post-nuovo lockdown. Perché in mezzo ci si mette la riforma della riscossione, in teoria prevista per il 2020 ma rimandata al prossimo anno. «In pratica il nostro è un settore schifiàto dallo Stato, ma utilizzato da secoli dallo stesso», sottolinea Pirrone. Che qualcosa ne sa: è stato il nonno, Vito Carilli, a inventare il manifesto elettorale con il volto del candidato.

Da gennaio tutte le spettanze saranno ricomprese in un canone unico che accorpa imposta per la cartellonistica e occupazione di suolo pubblico. E che quindi riguarderà tanto le aziende pubblicitarie quanto i bar, ad esempio. Con problemi per entrambe le categorie: la prima, i cui impianti occupano certo meno spazio di tavoli e sedie; la seconda che non ha nulla a che vedere con l'imposta per la cartellonistica. «Sulla carta, la riforma vuole semplificare - spiega Pirrone - ma in pratica si trasforma un tributo in un prelievo patrimoniale addossando tutta la responsabilità ai Comuni». Comuni che, tra l'altro, potranno scegliere ognuno una tariffa diversa a proprio piacimento, non esistendo tetti massimi. «Come se non bastasse - aggiunge Pirrone - la notifica del canone unico sarà immediatamente esecutiva, con possibilità di pignoramenti anche nell'attesa di un eventuale ricorso al giudice di pace da parte dell'azienda». A occuparsene saranno sempre le società private iscritte all'albo del ministero che oggi si occupano già di tributi locali.

Infine, la beffa. Se il canone unico scatterà a gennaio 2021 con la base stabilita a livello nazionale, la parte decisa da ogni Comune arriverà insieme al bilancio previsionale dell'ente. Cioè, spesso, appena prima dell'estate o persino dopo in qualche Comune più ritardatario di altri. «Significa che per più di metà anno non sapremo quanto dovremo pagare né quanto dovremo conteggiare al cliente come oneri - fa notare Caruso - C'è un'alta probabilità di rimetterci». Un problema che potrebbe non toccare la politica: per la pubblicità elettorale - ma anche culturale, sportiva o di beneficenza - è infatti prevista la possibilità di riduzione del pagamento del canone unico. Qualunque sarà.

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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