Aps, futuro incerto per i lavoratori Se legge non cambia 75 a rischio

Il futuro dei dipendenti di Acque Potabili Siciliane è legato a un sottilissimo filo. E un lavoratore su tre, a partire dal primo dicembre, potrebbe perdere il posto di lavoro. Il loro destino, infatti, è legato al braccio di ferro che si sta consumando tra Regione e Governo centrale sulla nuova legge per la gestione del servizio idrico nell’Isola. Il testo di riforma dell’acqua, esitato in gran fretta poco prima della pausa estiva, introduce la gestione diretta del servizio da parte dei Comuni. Ma proprio questo passaggio presenterebbe profili di incostituzionalità al punto da spingere il Consiglio dei Ministri ad annunciarne a breve l’impugnativa. Fino ad allora, tuttavia, il testo del Governo Crocetta autorizza i Comuni del palermitano a defilarsi, gestendo autonomamente il servizio, come nel caso di Bagheria, l’ultimo in ordine di tempo. Un passaggio, questo, che spaventa i 202 dipendenti di Aps, azienda attualmente in regime di curatela fallimentare, ora in carico all’Amap fino al 30 novembre. In attesa che il nodo sulla legge si sciolga, se altri Comuni dovessero andarsene, l’Amap potrebbe lasciar per strada un terzo dei dipendenti.

Tra le ipotesi allo studio, infatti, c’è anche un documento dell’Amap inviato il 9 ottobre alla curatela rispetto al rinnovo di affitto del ramo di azienda, nel quale la partecipata del Comune di Palermo ha messo nero su bianco l’intenzione di non utilizzare tutti i dipendenti se il numero dei Comuni dovesse essere inferiore a 52 (dopo l’addio di Bagheria sono 38). Una proposta per la curatela “inaccettabile” nella forma, al punto da pretendere una richiesta circostanziata in virtù del fatto che qualunque variazione dei precedenti accordi, comporterebbe automaticamente il passaggio a gara pubblica. «La curatela – ha detto a MeridioNews Margherita Gambino, della segretaria provinciale Ugl – ha chiarito immediatamente che la richiesta dell’Amap, è irricevibili così per come è. Deve esser formalizzata indicando chi dei dipendenti lascerà a casa». Il taglio, infatti, prevede una decurtazione del 30 per cento del personale (ne rimarrebbero solo 127), proporzionale secondo l’Amap alla riduzione del numero dei Comuni beneficiari oggi dal servizio idrico.

«Abbiamo già scritto al prefetto e all’assessorato – ha aggiunto – perché questa decimazione del personale è inaccettabile, anche perché rispetto alle utenze servite, i dipendenti sono già  sottodimensionati». A suscitare perplessità, anche le modalità con cui l’azienda intende operare i licenziamenti. «Non si comprendono quali siano i criteri adottati per operare i tagli – ha affermato il deputato regionale Vincenzo Figuccia – in base al numero degli abitanti dei Comuni o delle reti? Entro il 30 novembre, ad ogni modo, vanno trovate soluzioni perché una simile scelta avrebbe ripercussioni gravissime su una parte dei dipendenti e sull’erogazione del servizio».

A correre il rischio più grande sono proprio i lavoratori. «Finora tutti questi affitti del ramo azienda – ha raccontato una dipendente di Aps, Chiara Lo Faso – sono avvenuti in modo unitario salvaguardando tutti i dipendenti. Da quando siamo con Amap – ha proseguito – abbiamo sempre percepito regolarmente lo stipendio. Attendiamo semmai ancora 6 mensilità dall’Ato. Le nostre paure però sono altre perché il contratto di affitto tra curatela e Amap è stato prorogato di soli due mesi. Il problema – ha concluso – si riproporrà il primo dicembre». Per avere indicazioni certe bisognerà comunque aspettare gli sviluppi dell’impugnativa, dato che il CdM ha tempo sino al 20 ottobre e poi comprendere l’orientamento della Regione. In ogni caso, potrebbero passare anche sei mesi prima che l’Ars partorisca il nuovo testo. Nel frattempo, l’Amap si vedrebbe obbligata a gestire il servizio con perdite economiche gravi e potrebbe rifarsi sui lavoratori. Le vere vittime, schiacciate da tre anni in questo balletto infinito. 


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Il primo dicembre scadrà l’affidamento all'Amap. Il destino dell'azienda è legato a doppio filo a quello della legge di riforma dell'acqua, che il Consiglio dei Ministri ha annunciato di voler impugnare. Nel frattempo, la partecipata del Comune, a cui sono stati affidati il servizio e i dipendenti, potrebbe lasciare a casa alcuni di loro

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