Almanacco semiserio dell’anno vecchio Il 2015 di Catania raccontato in 12 storie

«Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi»… Ricordate quel dialoghetto di Leopardi? C’è un venditore di calendari e oroscopi, spacciatore di speranze per l’anno che verrà; e c’è un malinconico signore di passaggio – un passeggere, lo chiama il poeta – che i ricordi li sfoglia all’indietro: prevedendo che l’anno nuovo non gli piacerà granché, se mai dovesse somigliare a qualcuno di quelli passati. Bene: se oggi quel passeggere gettasse uno sguardo sul vecchio almanacco del 2015, ho paura che comincerebbe subito ad ammorbarci la festa con massicce dosi di pessimismo. Tanto più che troverebbe ancora appeso al muro il foglio di dicembre, uno dei più malinconici che io ricordi.

Oddio, sarà stato pure un mese allegro per Mario Ciancio, che è uscito indenne dal suo processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma, per me, è una pagina malinconica: e non tanto perché mi sarebbe piaciuto scoprire da un pubblico dibattimento cos’ha da dire, che voce ha e come esercita l’umano dono della parola l’uomo che, da quarant’anni almeno, dirige l’unico quotidiano di carta della città con ineguagliabile parsimonia verbale (alzi la mano chi ha mai letto un suo articolo). Mi mette malinconia, questa pagina, soprattutto per una crudele coincidenza: ossia per il fatto che l’assoluzione di Ciancio è arrivata precisamente nello stesso giorno e alla stessa ora in cui se ne andava Elena Fava. Una delle persone più schiette, più semplici, più pulite che abbiano mai abitato questa città.

Torniamo indietro, allora. Almeno, sulla pagina di novembre, campeggia il sorriso di Enzo Bianco. Cos’abbia da ridere, se la vede lui. È appena uscita la notizia dell’intercettazione d’un suo colloquio, appunto, con Ciancio. In cui, fin troppo amabilmente, si discute del discutibile e discusso progetto del Pua. E Bianco sfodera un sorriso inspiegabile. Almeno quanto il silenzio comprensivo e solidale di gran parte delle opposizioni. O quanto il fatto che il sindaco, sia pur sempre sorridendo, fugga come la peste i cronisti che gli offrono un microfono aperto per argomentare la limpidezza del suo operato. Dite che il sorriso di Bianco non è granché, come viatico di ottimismo? Non so darvi torto. Meglio girare ancora pagina.

Ottobre, se non altro, ci regala un’allegra scorpacciata di ciliegie. Alcune sono ciliegie «smozzicate». Altre invece sono «ciliegie definitive»: e qui, lo ammetto, la metafora zoppica un po’. L’immaginoso linguaggio appartiene ad Antonella Accroglianò, dama nera delle autostrade. Ed è un modo per designare, rispettivamente, l’acconto e il saldo sulle mazzette che incassa per gli appalti Anas. Tra i fornitori di frutti proibiti, l’inchiesta indica – insieme a quello di Concetto Bosco Lo Giudice – il nome di Mimmo Costanzo, giovane imprenditore fino a poco tempo fa sugli altari della cronaca come campione di efficienza e legalità. Ma le cui aziende sono lentamente scivolate nella polvere dei ritardi, dei subappalti, delle inchieste, della cassa integrazione. C’è poco da stare allegri, insomma, con queste ciliegie.

Sulla pagina di settembre, la notizia del mese è un manifesto. L’hanno fatto stampare, a Giarre, mamma e papà di un bimbo appena nato. I quali, per annunciarne il battesimo, non hanno trovato di meglio che dedicare al pargolo le seguenti parole: «Questa creatura meravigliosa è… cosa nostra». Se fosse qui il malinconico passeggere, ne convengo, ne approfitterebbe per trarne facili spunti di pessimismo. Meglio andare avanti, allora. Cioè indietro.

Fosse per me, salterei pure agosto. Perché la pagina non può che ricordare l’omicidio di Vincenzo Solano, 68 anni, e di sua moglie Mercedes Ibanez, 70, trovati ammazzati a casa loro a Palagonia. E poi l’arresto di Mamadu Kamara, 18 anni, ivoriano ospite del Cara di Mineo, accusato del delitto. E, ancora, la violenza che si respira intorno al Cara; e i manifestini sventolati in piazza, con la foto dell’imputato e la scritta “pena di morte”. Un altro mese che non vorrei rivedere, altre ombre di pessimismo che si proiettano sull’anno che verrà.

Meno male che prima c’è stato luglio: il protagonista del mese è, per me, l’anonimo rapinatore che in via Eleonora D’Angiò avvicina un signore, gli mostra il coltello, gli intima di sganciare 50 euro, si stupisce alla sua risposta («io 50 euro non li ho»), scruta nel portafoglio della vittima, ne accerta con regolare perquisizione lo stato di relativa indigenza e, in un impulso equo e solidale, si limita a prelevare un minimo sindacale di 20 euro, lasciandogliene in tasca altrettanti per permettergli di tirare avanti. Giusto per ricordarci che i rapinatori possono avere un’anima; e che nemmeno la cronaca nera è così nera come la si dipinge.

Ma procediamo o, per dir meglio, retrocediamo: la foto di giugno è senz’ombra di dubbio quella del presidente del Catania Nino Pulvirenti, che al telefono disquisisce di orari ferroviari e partite aggiustate, con un linguaggio che farebbe arrossire Luciano Moggi. C’è qui da dire che il presidente Pulvirenti doveva ben sapere che qualche maresciallo avrebbe controllato il suo telefono, dato che poco prima aveva denunciato alla procura non so che minacce da parte dei tifosi; c’è poi da dire che – a sei mesi di distanza –, di queste partite che Pulvirenti ammette d’aver comprato, non si è ancora scoperto e punito il venditore. Molte cose, ci sono da dire; ma nessuna che renda meno triste la distruzione della bellissima storia sportiva del Catania. Qui avrebbe gioco facile, il passeggere: un giugno come questo non vorrei mai più riviverlo. Ceterum censeo Pulvirentem esse pellendum.

Maggio, allora. Sulla copertina c’è un giovane catanese, di nome Alex Baraki. Le sue origini sono eritree, ma lui è nato qui e vive, dall’età di tre anni, a San Giovanni La Punta. Alex ha avuto il torto di difendere una ragazza che contestava Matteo Salvini durante un comizio. E che si era subito vista arrivare addosso tre signori minacciosi, con una visione alquanto rude della dialettica politica. Alex ha provato a difendere la ragazza in perfetto siciliano (U problema qual è?). Ma si è sentito rispondere in lumbàrd («Sporco negro…»). Non da Salvini, però, ma dai suoi concittadini di San Giovanni La Punta.

Molto meglio la foto di aprile: che ritrae Andrea Rappazzo, 26 anni, barista di Bronte. Al quale è capitato di imbattersi in un portafoglio – contenente tremila euro e qualche biglietto aereo – dimenticato da un emigrato siciliano che da una vita abita in Svizzera. Andrea si è limitato a fare la cosa più normale e più impensabile di questo mondo, ossia restituire il portafoglio al proprietario. Il quale – convinto dai luoghi comuni sulla disonestà dei siciliani di cui, chissà quante volte, sarà stato anche lui fatto oggetto – era ormai certo di averlo perduto.

Il protagonista di marzo, invece, si chiama Matteo. Ha dodici anni, canta canzoni napoletane e divide la gente in due fazioni: chi impazzisce per lui e per la sua musica; chi lo sfotte o addirittura lo odia ferocemente – lui, Matteo – essenzialmente a causa della sua musica. Ora io, che quella musica personalmente non l’ascolterei mai, vorrei dire che invece Matteo mi è molto simpatico. Perché Matteo, in realtà, è solo un ragazzino timido a cui piace cantare. Perché suo padre non finge di ignorare che intorno al mondo dei neomelodici gira anche la criminalità organizzata, e che suo figlio va difeso da questo. E infine perché – quanto alla sua musica – Matteo non ha mica scelto di nascere in una parte del mondo in cui il suo talento sarebbe stato svegliato dalle canzoni di Gianni Vezzosi. Fosse nato altrove, sarebbe stato un fenomeno del rap. E nessuno probabilmente avrebbe avuto da ridire.

Per la notizia di febbraio, devo fare una premessa. Io ho sempre diffidato di Meridionews. Come potrei mai fidarmi, ditemi, di un giornale che accetta me tra i suoi collaboratori? Eppure succedono cose che mi fanno ricredere. Per esempio: siamo sotto Sant’Agata e, davanti a casa di un boss (o presunto tale) una candelora (o presunta tale) viene sventolata, con un movimento che si presume essere una annacata. Un giornale – questo – racconta il fatto e si prende una querela, nient’affatto presunta (di cui il Pm ha poi richiesto l’archiviazione). Che ha di speciale questa storia? Assolutamente nulla. Questo giornale ha fatto la cosa più normale che ci sia per un giornale: informare. Eppure questa cosa semplice mi strappa un sorriso di ottimismo: perché vedo che la mia città, tra i suoi mille mali, produce ancora questi anticorpi. Anticorpi semplici, fatti di normalità.

E ora, al mio immaginario passeggere, presenterei il protagonista di gennaio. Si chiama Fabrizio e fa il dottore. Si è preso l’ebola andando in Africa a curare i malati, poi è tornato, si è curato, è guarito. E ora, mi par di capire, si è rimesso a fare il suo lavoro senza trasformarlo in uno spettacolo. «Non sono un eroe – dice – ma solo un medico più sfortunato di altri». È proprio con questa pagina aperta, che consegnerei l’almanacco dell’anno vecchio nelle mani del mio malinconico interlocutore: per fargli cominciare il 2016 guardando la faccia di una persona che ispira fiducia, e perfino ottimismo. Al punto che, guardandolo in faccia, non faccio più nemmeno caso al fatto che, di cognome, il dottor Fabrizio fa Pulvirenti.


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