Ciancio, l’accusa chiede la conferma della confisca «C’è stato un patto riservato tra l’editore e la mafia»

Conferma della confisca di tutto il gruppo televisivo, radiofonico e pubblicitario e revoca del provvedimento per quanto riguarda diverse società immobiliari e agricole. E in particolare per Sim società immobiliare meridionale srl, società agricola Fiumara srl, Messapia srl, azienda agricola S. Giuseppe La Rena srl. Finisce così la requisitoria dell’accusa nel processo d’Appello sulla confisca del patrimonio di Mario Ciancio Sanfilippo. L’atto secondo della vicenda si consuma davanti al tribunale misure di Prevenzione. La corte è presieduta dalla giudice Dorotea Quartararo, affiancata da Antongiulio Maggiore e Antonino Marcello. Al centro della vicenda c’è il decreto, risalente al mese di settembre, con cui è stato disposto il sequestro e la relativa confisca di un impero che sulla carta vale non meno di 150 milioni di euro. Tra i beni, a spiccare su tutti gli altri, ci sono il quotidiano La Sicilia e le quote di partecipazione del potente editore nella foliazione della Gazzetta del Mezzogiorno

A mischiarsi durante l’appassionata requisitoria dell’accusa
gli inevitabili rimandi alla vicenda penale che coinvolge Ciancio. Imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. «Sono onorato di essere stato applicato a discutere questo processo», sono le prima parole del magistrato Antonino Fanara. Da anni impegnato nel caso e per l’occasione prestato al primo piano del palazzo di giustizia, in cui affianca la sostituta procuratrice generale Miriam Cantone. «Voglio farvi riflettere sui principi che ispirano le misure di prevenzione, evitando di avere in mente un risultato da raggiungere», continua. Sul tavolo finisce proprio la questione dell’interpretazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa e la sua trattazione in numerose sentenze, compresa quella di Gaetana Bernabò Distefano. Giudice etnea che, tra non poche polemiche, aveva fatto cadere l’accusa all’editore durante la fase preliminare del processo.

«Noi – continua Fanara – siamo convinti che in questa vicenda ci sia stato un patto riservato tra Ciancio e alcuni esponenti di Cosa nostra. Un patto serio e specifico». Ma perché il potente editore sarebbe dovuto scendere a patti con i boss Nitto Santapaola e Pippo Ercolano? «A loro consentiva di presentarsi con maggiore forza, disponendo di contatti con le istituzioni, cioè politici, imprenditori e magistrati. Lo stesso consentiva a imprenditori che facevano parte del club di Cosa nostra di entrare in determinati affari». Un capitolo a parte è quello che riguarda i tempi di questo presunto accordo. Sul fronte del processo penale le contestazioni cominciano dal 1982, anno dell’introduzione della legge Rognoni-La Torre. Il filone dei beni, invece, scava nel successo imprenditoriale di Ciancio, ricostruibile a partire dal 1976. «Secondo l’accusa – aggiunge Fanara – l‘intero percorso esistenziale di Ciancio è collegato all’associazione mafiosa».

Il passaggio più complesso della requisitoria è quello che riguarda l’andamento di entrate e uscite nel patrimonio di Ciancio. Analisi anno per anno che la procura ha messo sotto la lente d’ingrandimento grazie a una consulenza affidata al colosso mondiale PricewaterhouseCoopers. Il colpo di scena di giornata arriva però al termine dell’udienza, quando Fanara annuncia il deposito di una memoria di 39 pagine, con alcuni allegati, che riassume i motivi della richiesta di confisca. Un documento in cui però si allarga l’analisi al biennio 1974-1975, lo stesso che nei mesi scorsi proprio in questo processo era stato oggetto di una domanda d’integrazione da parte dell’accusa. Richiesta poi negata dalla corte. «Così si sta aggirando l’ordinanza», chiosa l’avvocato Carmelo Peluso. L’ultima parola tuttavia spetterà proprio ai giudici, pronti a esprimersi ma soltanto durante la prossima udienza.


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